07/08/13

Licantropia

Sono il versipelle assiso sul dirupo.
Solitario, mentr’il cupo rapace
spiega al vento l’ali.
La luna ha il mio colore
ma intorno agl’occhi miei e le orecchie
una cinta d’oro fa splendere il sole.
Punto oltre, senza direzione.
Dopo di me, sgomento e terrore.
Prima di me, smarrimento.
In me, caccia senza posa.

Ogn’altra via è una maledizione.
Ogni direzione è una maledizione.

Son la belva del precipizio
tra l’entusiasmo e il nulla, l’inizio.
La notte ha i miei occhi.
Saturno e Marte li chiamano i maghi.
Per gli spirti dei morti essi son fari
per riconoscersi nel labirinto del mio cuore.

Impassibile e distaccato, se ferito spietato.
Naufrago tra due mondi.
La forza, assoluta e feroce.
L’intensità, senza un attimo di pace.
L’amore e la distruttività
e l’un per l’altro e senza soluzione.

La melanconia è il mio ululato.
L’ineluttabilità il mio latrato.
Né un dio, né un demone, né la luce,
né la notte e neppure insieme
possono tenermi in catene.
E nemmeno io, non posso.

Sono il versipelle, il licantropo, l’escluso.
Sono il mostro, il temuto, il disprezzato.
Sono l’incomodo che va rifuggito.
Sono il disorientato e l’illuminato.
Sono l’assassino che va carezzato.

Sono l’irredimibile, l’insostenibile.
Il condannato.
Sono il devastatore nonché il devastato.
Sono il panico, l’origine, il sacrificio.
Sono il selvaggio istinto sfrenato.

[V. N.]

14/01/13

La peste della città (dal Protagora di Platone)

Ci fu un tempo in cui esistevano gli dei, ma non le stirpi mortali. Quando giunse anche per queste il momento fatale della nascita, gli dei le plasmarono nel cuore della terra, mescolando terra, fuoco e tutto ciò che si amalgama con terra e fuoco. Quando le stirpi mortali stavano per venire alla luce, gli dei ordinarono a Prometeo e a Epimeteo di dare con misura e distribuire in modo opportuno a ciascuno le facoltà naturali. Epimeteo chiese a Prometeo di poter fare da solo la distribuzione: «Dopo che avrò distribuito - disse - tu controllerai». Così, persuaso Prometeo, iniziò a distribuire. Nella distribuzione, ad alcuni dava forza senza velocità, mentre donava velocità ai più deboli; alcuni forniva di armi, mentre per altri, privi di difese naturali, escogitava diversi espedienti per la sopravvivenza. Ad esempio, agli esseri di piccole dimensioni forniva una possibilità di fuga attraverso il volo o una dimora sotterranea; a quelli di grandi dimensioni, invece, assegnava proprio la grandezza come mezzo di salvezza. Secondo questo stesso criterio distribuiva tutto il resto, con equilibrio. Escogitava mezzi di salvezza in modo tale che nessuna specie potesse estinguersi. Procurò agli esseri viventi possibilità di fuga dalle reciproche minacce e poi escogitò per loro facili espedienti contro le intemperie stagionali che provengono da Zeus. Li avvolse, infatti, di folti peli e di dure pelli, per difenderli dal freddo e dal caldo eccessivo. Peli e pelli costituivano inoltre una naturale coperta per ciascuno, al momento di andare a dormire. Sotto i piedi di alcuni mise poi zoccoli, sotto altri unghie e pelli dure e prive di sangue. In seguito procurò agli animali vari tipi di nutrimento, per alcuni erba, per altri frutti degli alberi, per altri radici. Alcuni fece in modo che si nutrissero di altri animali: concesse loro, però, scarsa prolificità, che diede invece in abbondanza alle loro prede, offrendo così un mezzo di sopravvivenza alla specie.
Ma Epimeteo non si rivelò bravo fino in fondo: senza accorgersene aveva consumato tutte le facoltà per gli esseri privi di ragione. Il genere umano era rimasto dunque senza mezzi, e lui non sapeva cosa fare. In quel momento giunse Prometeo per controllare la distribuzione, e vide gli altri esseri viventi forniti di tutto il necessario, mentre l’uomo era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi.
Intanto, era giunto il giorno fatale, in cui anche l’uomo doveva venire alla luce. Allora Prometeo, non sapendo quale mezzo di salvezza procurare all’uomo, rubò a Efesto e ad Atena la perizia tecnica, insieme al fuoco - infatti era impossibile per chiunque ottenerla o usarla senza fuoco - e li donò all’uomo. All’uomo fu concessa in tal modo la perizia tecnica necessaria per la vita, ma non la virtù politica. Questa si trovava presso Zeus, e a Prometeo non era più possibile accedere all’Acropoli, la dimora di Zeus, protetta da temibili guardie. Entrò allora di nascosto nella casa comune di Atena ed Efesto, dove i due lavoravano insieme. Rubò quindi la scienza del fuoco di Efesto e la perizia tecnica di Atena e le donò all’uomo. Da questo dono derivò all’uomo abbondanza di risorse per la vita, ma, come si narra, in seguito la pena del furto colpì Prometeo, per colpa di Epimeteo. Allorché l’uomo divenne partecipe della sorte divina, in primo luogo, per la parentela con gli dei, unico fra gli esseri viventi, cominciò a credere in loro, e innalzò altari e statue di dei. Poi, subito, attraverso la tecnica, articolò la voce con parole, e inventò case, vestiti, calzari, giacigli e l’agricoltura. Con questi mezzi in origine gli uomini vivevano sparsi qua e là, non c’erano città; perciò erano preda di animali selvatici, essendo in tutto più deboli di loro. La perizia pratica era di aiuto sufficiente per procurarsi il cibo, ma era inadeguata alla lotta contro le belve (infatti gli uomini non possedevano ancora l’arte politica, che comprende anche quella bellica). Cercarono allora di unirsi e di salvarsi costruendo città; ogni volta che stavano insieme, però, commettevano ingiustizie gli uni contro gli altri, non conoscendo ancora la politica; perciò, disperdendosi di nuovo, morivano.
Zeus dunque, temendo che la nostra specie si estinguesse del tutto, inviò Ermes per portare agli uomini rispetto e giustizia, affinché fossero fondamenti dell’ordine delle città e vincoli d’amicizia. Ermes chiese a Zeus in quale modo dovesse distribuire rispetto e giustizia agli uomini: «Devo distribuirli come sono state distribuite le arti? Per queste, infatti, ci si è regolati così: se uno solo conosce la medicina, basta per molti che non la conoscono, e questo vale anche per gli altri artigiani. Mi devo regolare allo stesso modo per rispetto e giustizia, o posso distribuirli a tutti gli uomini?».
«A tutti - rispose Zeus - e tutti ne siano partecipi; infatti non esisterebbero città, se pochi fossero partecipi di rispetto e giustizia, come succede per le arti. Istituisci inoltre a nome mio una legge in base alla quale si uccida, come peste della città, chi non sia partecipe di rispetto e giustizia».
(Platone, Protagora)

02/01/13

Sul concetto di garanzia. Democrazia 2.0



Beh, pare ci siamo arrivati. Monti supera Grillo in quella che possiamo definire la fase 2.0 della democrazia, o anche la fase "marcescenza", dove i big dello spettacolo circense garantiscono per i c.d. "liberi cittadini che vogliono scendere in campo a fare il bene comune", ovviamente recintando la loro partecipazione entro sistemi più o meno automatizzati di garantismo.
Il modello è il seguente: il testimonial (vuoi sia Grillo, vuoi sia Monti) essendo una persona la cui immagine è largamente diffusa dai media, garantisce che la sua partecipazione è limitata a garantire la qualità dei propri candidati.
Sono queste le nuove forme di responsabilità che l'uomo dei nostri tempi s'assume con fierezza!
Potremmo definirla responsabilità dandy, la politica del "facciamo fare agli altri".
«Costruisciti la tua politica da solo! Prima uscita i pezzi per comporre il tuo Palazzo Chigi. La prossima settimana le istruzioni per prenderne il comando in totale autismo!».
La verità è che questo è il meccanismo definitivo di illusione tramite cui si sta diffondendo la menzogna che qualcuno faccia qualcosa per gli altri: lui garantisce per loro, ergo loro garantiranno per me.
Si sta dando una parvenza d'ottimismo al garantismo, demandando di rimando in rimando e rendendo le responsabilità sempre più  irrintracciabili.
Addirittura Monti parla di sé in terza persona, la fantomatica Agenda Monti, una sorta di entità preterumana che porta il suo nome, ma non è lui in prima persona: è il suo sé disincarnato, sceso dalle stelle per salvare il mondo anche perché, se c'è una sola cosa limpida, è che a Monti l'Italia non è mai bastata. E vale la stessa cosa per i Grillini di Grillo, araldi di un uomo che non porta la sua stessa voce, ma garantisce per i suoi portavoce. Insomma dalla spersonalizzazione alla possessione, alla ricerca delle responsabilità sperdute.


Chi parla di chi? Figurarsi di cosa…
Cerchiamo di capire meglio. Ci sono dei portavoce, questo è chiaro, ciò che non è ancora chiaro è di chi è la voce, e pure questo è chiaro che non è chiaro... Il palleggio, invece, pare assai confuso: i portavoce parlano con una voce che non parla di sé ma a garanzia dei portavoce stessi, che però, nel mentre non si capisce di chi è la voce e chi è il portavoce di chi, son chiamati a fare il bene comune (da un'altra voce ancora?). 
È complicata questa cosa… Chissà se la psichiatria ha già la medicina per un tale squilibrio della personalità.
Immagino Monti che un domani darà la colpa all'Agenda Monti, come è già successo che Grillo abbia incolpato qualche Grillino...

Prestate attenzione, per una volta, alla comunicazione: quand'è che si dice "io garantisco per qualcuno"? Quando quel qualcuno è insufficiente a dimostrare la sua validità o, altro caso, quando quel qualcuno è obbligato a passare nelle strettoie del garantismo, ossia quando in campo giocano strapoteri talmente chiusi che senza il loro lasciapassare non puoi neppure affacciarti a guardare.
E quand’è che gli strapoteri si chiudono e si celano fino a scomparire dietro se stessi?
Quando c’è urgenza di un occultamento disperato, gli interessi in campo sono troppo alti, e questa è l’ultima spiaggia della democrazia. Senza giudizi di parte, qui basti solo chiarirsi che è finita.
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