Ieri credevo che la mia aggressività fosse dovuta al fatto che avevo dormito troppo, invece no: stanotte ho dormito poco e non è cambiato nulla.
Sarà l'ormone natalizio della arrendevolezza-compiacente-ottimista che laggente va sprigionando per le strade, col risultato che impazzisco...
Va aggiunto che quest'anno laggente è molto confusa per via della profezia Maya.
Beh, fate come me: venerdì 21 evocate i Gemelli della Distruzione, Hunahpu e Xbalanque. Non è che una profezia si avvera da sola...
Ma poi ci ho pensato meglio: nel mio specifico caso, avendo determinate persone vicine, persone che per ronzare nelle circostanze della mia vita devono in qualche modo essere eccezionali, diverse dalla maggioranza, credo sia proprio molta di questaggentechemistaintorno a irritarmi irreparabilmente.
Insomma, vedo brutte cose intorno a me! Qualcuno ha preso un terribile vizio ad arrendersi temporaneamente – oh si, il mondo è brutto e fa paura! –, giusto quel po' di tempo che io non ho e che sono costretto a impiegare per preservare queste persone eccezionali da una nigredo-light.
Altri, i peggiori, ti si scagliano contro perché, au contraire, cominciano a vedere tutto "costruttivamente". Fanno il grande salto della maturità – a 40 anni magari – e all'improvviso cambiano prospettiva, ossia da una visione eccezionale, si normalizzano...
Lavoro-famiglia-figli-casa-autonomia, cose necessarie, ma che di per sé non valgono più di zero, tanto per cominciare.
Perché una cosa sia chiara a tutti, ciò che dà valore (anche) a queste cose è l'eroismo con cui le si vive e la maniera di renderle un esercizio di disciplina e perfezionamento. Se manca questo o se finisce che tali variabili monopolizzino e cristallizzino una persona, esse palesano la loro devastante insufficienza, rendendo insufficiente e devastando chi le immette nella propria vita o, meglio, le subisce.
Bisogna rifletterci bene. Innescare una variabile di "normalità" all'interno della vita di una persona "diversa" non è una cosuccia che si gestisce con nonchalance. Ripeto, è tanto necessario farlo, quanto insufficiente. L'equilibrio è il grande lavoro! Una fatica costante, sfibrante, l'equilibrio tra stabilità e imprevedibilità, tra esercizio e arte, tra necessità e volontà. Quando questo equilibrio si fa impegnativo – ossia viene messo in crisi, al fine di perfezionarsi – e si perde di vista la propria quintessenza, si finisce piegati dinanzi a uno specchio che con arroganza si gloria di non riconoscerci più.
Lo specchio, l'astrazione del futuro, dello sviluppo, del progresso, è un'idea vampirica di noi stessi (o della comunità in cui viviamo) e dinanzi al suo riflesso molti mollano, risucchiati. Causa del loro stesso male, finiscono per annegare dentro uno specchio di rimpianti e, cosa molto poco etica, fanno terra bruciata intorno.
Leggasi: proiettati in un futuro fantasmatico, non più presenti a se stessi, disconoscono la loro unicità, il loro "inattuale" fine superiore; inoltre, l'eccezionalità di tale stadio di agonia è che chi la vive piuttosto che mostrarsi sofferente e scalciare chiunque sia nei paraggi – amici e nemici non esistono più arrivati alla deriva –, lo fa piuttosto sorridendo con aria di superiorità.
E così tale agonia assume miriadi di falsi nomi, talvolta "ottimismo", talvolta "maturità", altre invece "costruttività". A volte non si limita neppure a millantare nomi impropri, si spinge alle false esigenze, ai falsi impegni, falsi contrattempi, falsi ripensamenti, false svolte.
E mentre millanta tali falsità dà adito a storture come il frugarsi nelle tasche – attività tipicamente intellettualoide –, il piangersi addosso, il lamentarsi degli altrui lamenti senza magari andare a verificare le motivazioni di quei lamenti, e per finire genera stanchezza (come ogni idea vampirica, come ogni illusione che non sta su da sola e necessita costante dispendio per essere continuamente costruita)...
Ed è così che si sfaldano indispensabili sodalizi, e questa è la cosa forse più drammatica.
Se non s'è capito, qui ci si sta rivolgendo solo a quelle rare persone eccezionali, non ad altri, quelle persone che vivono se e solo se i sodalizi tra esse vengono rispettati, onorati e alimentati.
Se queste persone eccezionali si disuniscono, periscono e con esse tutto si ammala.
Allora signori, le cose stanno in questi termini: qui intorno a noi c'è veramente una brutta situazione, non c'è niente da essere ottimisti e costruttivi, e bisogna mai come ora restare uniti.
Se avete l'incoscienza o la pancia piena per sostenere di aver fatto o di voler fare il grande salto verso il "futuro", io sarò sempre qui a ricordarvi che è un grande salto in una palude, perché state de facto mollando il vostro presente, quel quid inattuale che vi rende eccezionali.
Appena smetterete di scagliarvi contro ciò che vi circonda – perché è solo così che si vive il presente per quelli come noi, ed è non soltanto un diritto inalienabile ma soprattutto un ferreo dovere –, varrà a dire che sarete già stati inghiottiti da quella variabile di normalità che voi stessi avete immesso nella vostra vita, quella svista del futuro che dismetterà prima i vostri rapporti autentici e poi il vostro fine superiore.
Insomma, perderete tutto quanto vantavate possedere e vi rendeva orgogliosi d'essere la minoranza dei migliori, nonostante le ovvie difficoltà.
Questo per ricordarvi che, care persone eccezionali, sebbene a un certo punto si possa scegliere di inserire una data stabilità e normalità nella propria vita – e anzi è persino una prova di forza auspicabile, se la si sa reggere – bisogna anzitutto tenere saldo in mente che ci si sta volontariamente mettendo in crisi e, di qui, il lavoro da fare sarà assai duro e necessiterà il sostegno dei sodalizi di cui sopra.
Ma non sarà bastevole preservarli, occorrerà ricordarsi ancora di un'altra cosa: che se si sceglie di farlo, di provarsi, non lo si dovrà mai, e sottolineo mai, fare credendo di cambiare.
Poiché non è vero che si cambia. Piuttosto ci si tradisce. Si molla.
Siate l'eccezione, sempre!
Solo questo è il mio augurio per la fine di questo mondo e per l'inizio di una nuova era.
V
Critica radicale dei media e della società dei consumi.
Eresie metapolitiche, mitopoiesi e derive destinali.
Un blog di Vincenzo Notaro
Un blog di Vincenzo Notaro
19/12/12
11/12/12
Musica per un viaggio oltre la soglia Recensione a Dreamworking Suono Sacro Sogno (Orchestra Esteh) di Andrea Ans Anselmo
dal n.1 di ERETICIDELTERZOMILLENNIO
scaricabile gratuitamente alla sezione download del sito
www.ereticidelterzomillennio.org
Di recente la mia collezione di dischi, riguardante uscite spesso underground ed insolite, si è arricchita di un prezioso esemplare: l’ultima fatica di “Orchestra Esteh”, progetto noise/ambient italiano, la cui proposta musicale s’intreccia totalmente con una profonda conoscenza esoterica e piscologica, fondantesi su ricerche stigee, oniriche e non solo.
Il lavoro di Orchestra Esteh, dal titolo “Dreamworking”, si presenta innanzi tutto all’interno di una pregevole confezione recante, oltre che al disco, un saggio la cui lettura è da abbinare all’ascolto della musica stessa.
Stiamo infatti parlando, caso se non unico quantomeno molto raro, di uno scritto che introduce l’ascoltatore nell’atmosfera infera del sogno utilizzato per fini iniziatici: e così musica e cultura, esperienza sciamanica e fruizione musicale si incontrano ghermendo l’ascoltatore all’interno di una arcaica e tradizionale concezione del suono, come qualcosa di intimamente sacro, tanto che il saggio stesso si intitola “suono sacro sogno”. Partiamo dalle parole stesse dell’autore per circostanziare meglio il lavoro di fronte al quale ci troviamo: “Dreamworking è un esperimento di controllo del sogno, composto da 5 tracce che segnano un viatico dallo stadio di folgorazione (phalenae nigrae) sino all’apertura dell’occhio occulto (sub auspiciis noctis), attraverso tappe iniziatiche sigillate in musica. l’album è inscindibile dal saggio “suono sacro sogno”, nel quale viene proposta una lettura par correspondances dei temi in oggetto. Partendo dall’individuazione del topos infero nel sogno, capovolgendo le istruzioni dei maghi rinascimentali come Ficino e Campanella, giunge a inaspettate conclusioni sul possibile uso mistico della disarmonia.” Un’Ade di sonorità dark ambient sprigiona un’energia inconscia mediante onde sonore capaci di tinteggiare nell’aria un’atmosferica tavolozza di rosso sangue e di plumbea oscurità; il tutto all’interno di un rituale di catabasi interiore, verso le tenebre che solo quei dimenticati recessi del caos che si schiudono all’’interno del regno di Morfeo possono far vivere ancora. Questo ma non solo è “Dreamworking”, poiché non si tratta soltanto di un “disco” ma piuttosto di uno strumento di conoscenza, la quale peraltro potrebbe variare a seconda delle condizioni di ascolto e della ricettività dell’ascoltatore. Ma non basta. Il saggio “suono sacro sogno” incastonandosi alla perfezione nel sentiero aperto da studiosi quali C. G. Jung, J. Hillman ed Eliade – solo per citare i più noti - risulta di una profondità tale da renderlo di fatto un saggio di alto livello all’interno della letteratura italiana riguardante i rapporti tra dimensioni onirica, sonorità disarmoniche e dimensioni ctonie. Concludendo, non possiamo non rallegrarci che all’interno del variegato mondo dell’industrial ambient, la vena iniziatica non si limiti a mera scelta estetica o di comodo, ma sia diventata con Orchestra Esteh una autentica prassi, non priva di pericoli, non certo per tutti, ma al tempo stesso di una affascinante e caotica profondità.
(Andrea Ans Anselmo)
scaricabile gratuitamente alla sezione download del sito
www.ereticidelterzomillennio.org
Di recente la mia collezione di dischi, riguardante uscite spesso underground ed insolite, si è arricchita di un prezioso esemplare: l’ultima fatica di “Orchestra Esteh”, progetto noise/ambient italiano, la cui proposta musicale s’intreccia totalmente con una profonda conoscenza esoterica e piscologica, fondantesi su ricerche stigee, oniriche e non solo.
Il lavoro di Orchestra Esteh, dal titolo “Dreamworking”, si presenta innanzi tutto all’interno di una pregevole confezione recante, oltre che al disco, un saggio la cui lettura è da abbinare all’ascolto della musica stessa.
Stiamo infatti parlando, caso se non unico quantomeno molto raro, di uno scritto che introduce l’ascoltatore nell’atmosfera infera del sogno utilizzato per fini iniziatici: e così musica e cultura, esperienza sciamanica e fruizione musicale si incontrano ghermendo l’ascoltatore all’interno di una arcaica e tradizionale concezione del suono, come qualcosa di intimamente sacro, tanto che il saggio stesso si intitola “suono sacro sogno”. Partiamo dalle parole stesse dell’autore per circostanziare meglio il lavoro di fronte al quale ci troviamo: “Dreamworking è un esperimento di controllo del sogno, composto da 5 tracce che segnano un viatico dallo stadio di folgorazione (phalenae nigrae) sino all’apertura dell’occhio occulto (sub auspiciis noctis), attraverso tappe iniziatiche sigillate in musica. l’album è inscindibile dal saggio “suono sacro sogno”, nel quale viene proposta una lettura par correspondances dei temi in oggetto. Partendo dall’individuazione del topos infero nel sogno, capovolgendo le istruzioni dei maghi rinascimentali come Ficino e Campanella, giunge a inaspettate conclusioni sul possibile uso mistico della disarmonia.” Un’Ade di sonorità dark ambient sprigiona un’energia inconscia mediante onde sonore capaci di tinteggiare nell’aria un’atmosferica tavolozza di rosso sangue e di plumbea oscurità; il tutto all’interno di un rituale di catabasi interiore, verso le tenebre che solo quei dimenticati recessi del caos che si schiudono all’’interno del regno di Morfeo possono far vivere ancora. Questo ma non solo è “Dreamworking”, poiché non si tratta soltanto di un “disco” ma piuttosto di uno strumento di conoscenza, la quale peraltro potrebbe variare a seconda delle condizioni di ascolto e della ricettività dell’ascoltatore. Ma non basta. Il saggio “suono sacro sogno” incastonandosi alla perfezione nel sentiero aperto da studiosi quali C. G. Jung, J. Hillman ed Eliade – solo per citare i più noti - risulta di una profondità tale da renderlo di fatto un saggio di alto livello all’interno della letteratura italiana riguardante i rapporti tra dimensioni onirica, sonorità disarmoniche e dimensioni ctonie. Concludendo, non possiamo non rallegrarci che all’interno del variegato mondo dell’industrial ambient, la vena iniziatica non si limiti a mera scelta estetica o di comodo, ma sia diventata con Orchestra Esteh una autentica prassi, non priva di pericoli, non certo per tutti, ma al tempo stesso di una affascinante e caotica profondità.
(Andrea Ans Anselmo)
03/07/12
Suono Sacro Sogno (di Giulio Sforza)
Ho ricevuto da un giovane studioso nolano, Vinz Notaro, animatore col padre della aristocratica Editrice “l’arcael’arco”, esperto di esoterismi, sciamanesimi e spiritualità
vedantiche, un cofanetto elegantissimo e prezioso, contenente un disco
di musica da lui composta (nono della serie di novantasei esemplari,
personalizzati nel contenuto e nell’illustrazione, anch’essa di sua
mano - a me è toccato uno scarlatto uroburo tratto dalla ricca simbologia
bruniana, il serpente richiamando, con l’aquila ed il leone animali
zarathustriani, oltretutto la S del mio cognome) ed un volume di
commento e di iniziazione dal titolo Suono Sacro Sogno
(altre tre S luciferine!) il quale, con ricchezza di documentazione
bibliografica che va dalla letteratura yogica ed orientale in genere ai
migliori apporti della riflessione occidentale sull’argomento
(Aristotele, Ovidio, Freud, Jung, e tanti altri), approfondisce lo
stretto rapporto fra gli elementi onirici musicali e mistici, e si
propone come una vera e propria guida ad una esperienza iniziatica.
Io
che ho solo poche conoscenze dirette della cultura di riferimento
dell’autore, ma soprattutto nessuna esperienza delle pratiche ad essa
collegate, ma che, per altre vie, sono giunto alle stesse conclusioni
(la musica sa le strade dell’essenza, creuse, baudelairianamente le ciel, dit, marcelianamente, vrai, la musique seule, attinge orficamente la sacra “demonicità” del profondo - una pagina di Beethoven e di Wagner vale
tutti i trattati di metafisica, una pagina di Scriabin tutti i trattati
di mistica) resto sinceramente ammirato: c’è dunque, in un mondo ed in
una società che gli dei sembrano, per dirla con Hölderlin, aver
disertato, c’è dunque, ed è giovane, ed è vivo, ed è gagliardo, chi
vuole riconsacrare il reale e restituirlo al glorioso Mistero ontologico da cui esso, si badi bene, non è circondato o trasceso, ma sostanziato, sì che possa dirsi Ens et Arcanum (et Mysterium) converti.
Azzeccata, centrata, “di-vertente”, epperciò graditissima, la dedica:
A Giulio Sforza, desceta et mistico sbilenco, Sub Auspiciis Noctis.Un capolavoro quel “desceta”, di cui rivendico la primogenitura, e quello “sbilenco”, che coglie alla perfezione il mio dis-equilibrato stato di essere-al-mondo, di cui per la prima volta qualcuno finalmente ha l’intuizione e trova il coraggio di qualificarmi. Grazie Vinz!
Nella terza di controcopertina di cartoncino quadrato nerissimo (il rosso e il nero variamente e con somma maestria disposti sono invece i colori della copertina del volumetto), è riportato uno Scongiuro col tamburo Soqar, visibile solo se ben osservato di… sbi(l)e(n)co e in controluce, che non posso a mia volta non riproporre (l’aza del testo, ho chiesto spiegazioni a Vinz, è uno spiritello sciamanico):
ACCENDI UN FUOCO ROSSO,
APPICCA LA FIAMMA DI FUOCO!
MIO LUNGO CORPO, DISTENDITI,
SOFFIA DA OGNI PARTE,
ALZATI CON IL TURBINE,
IN CIMA ALLE MIE SPALLE!
NERE VALOROSE CAMPANELLE, SUONATE!
IN CIMA ALLE MIE SCAPOLE,
MIE CAMPANELLE FUSE IN FERRO,
I MIEI SPIRITI VANNO CON UN FISCHIO,
VANNO BISBIGLIANDO.
IL MIO AZA DALLA LINGUA BIFORCUTA,
NESSUNO VINCERA’ LA SUA LINGUA.
NON DISTURBATE IL SONNO DEI PICCOLI FANCIULLI,
NON SPAVENTATE IL BESTIAME,
AFFINCHE’ IL NERO CANE NON ABBAI.
APPICCA LA FIAMMA DI FUOCO!
MIO LUNGO CORPO, DISTENDITI,
SOFFIA DA OGNI PARTE,
ALZATI CON IL TURBINE,
IN CIMA ALLE MIE SPALLE!
NERE VALOROSE CAMPANELLE, SUONATE!
IN CIMA ALLE MIE SCAPOLE,
MIE CAMPANELLE FUSE IN FERRO,
I MIEI SPIRITI VANNO CON UN FISCHIO,
VANNO BISBIGLIANDO.
IL MIO AZA DALLA LINGUA BIFORCUTA,
NESSUNO VINCERA’ LA SUA LINGUA.
NON DISTURBATE IL SONNO DEI PICCOLI FANCIULLI,
NON SPAVENTATE IL BESTIAME,
AFFINCHE’ IL NERO CANE NON ABBAI.
Chàirete Dàimones!
(testo di Giulio Sforza, originariamente apparso su https://blog.libero.it/disincanti/view.php?id=disincanti&gg=0&mm=1205)
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ritual noise for dream control © by vinz notaro (2012)
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Takshaka (Sanskrit: तक्षक Takṣaka) è la traccia centrale di DREAMWORKING, 5° album della piccola orchestra esteh, recente uscita dalle sonorità ritual ambient.
Qui è presentato un estratto di 8 minuti, dalla traccia intera di 29 minuti ...dedicata al Drago, Re dei Naga, Takshaka, menzionato nel Mahābhārata come amico di Indra, Deva della folgore.
L'album esce insieme al volume Suono Sacro Sogno, in doppia edizione: una Standard (libro+CD) e una Special in elegante package, firmata e numerata, contenente una traccia extra, diversa per ognuna delle 96 copie, con CD disegnato a mano.
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Nota caratteristica di quest'ultimo lavoro di orchestra esteh è l'uso di dissonanze armoniche e stridenze ritmiche, basato su un semplice rapporto di corrispondenza tra musica e universo onirico.
Hillman, noto psicologo, nel suo saggio "Il sogno e il mondo infero" traccia una basilare concordanza tra i nostri sogni e la mitologia infera, di qui l'idea di "accordare" certa musica allo stadio del sonno, affinché si possa intraprenderne una indagine. Indagine che concerne l'anima, la sua realtà, cosa che non può iniziare se non si affronta il suo aspetto notturno, ossia quello dei sogni.
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this is an experiment in dream control practice:
close your eyes and start to listen, when you're sleeping something will come...
ESTEH IMPERAT! orchestraesteh@gmail.com
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Sa Takshaka Indraya Swaha.
"King Pareekshit who ruled India about 5000 years ago, was cursed by sage Srungi that he'd be killed by the most venomous snake Takshaka. Despite the best of his efforts to escape, king Pareekshit was killed by the snake. Determined to avenge his father's death, Pareekshit's son Janamejaya, conducted sarpa yagam to kill the entire snake species, in Sarpavaram village near Kakinada. Copper plates were found near the place confirming Janamejaya's gifts of land to the Brahmins. Greatest of the snakes were invoked by mantras to fall in the fire pit. The chief priest envisioning that Takshaka sought Indra's refuge, chanted "Sa Takshaka Indraya Swaha" ordering Takshaka to fall in the fire pit along with Indra and his throne. As they starting falling from the heavens, Sage Asteeka came to the rescue of the snake species and convinced Janamejaya that Takshaka was only an instrument in the divine plan."
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http://estehimperat.com
16/03/12
Prolegomeni per una filosofia dell'odio. Una nota sulla generosità.
A volte mi chiedo se sia plausibile che ogni qual volta si faccia un favore a una persona in qualche modo vicina, finisce anche che gli è dovuto.
Può apparire banale, ma non è un tema così scontato e, partendo dal presupposto che l'unica filosofia possibile vada fatta, nel senso poietico, una riflessione autentica non può che nascere e operare in un ambito pratico, fornire un modus vivendi spinto quanto può spingersi il pensiero.
Ergo non bisogna aver paura di teorizzare in tal senso, ma, attenzione a farlo, la qualità della riflessione sta nell'arditezza degli esiti; non già utopia, ma visionarietà incarnata.
Tornando al nostro discorso, esso tocca temi fondamentali quali il rapporto con l'altro, l'interrogazione su cosa sia il rispetto, l'individuazione di tipi umani, l'analisi pragmatica di come trattarli una volta individuati e qualificati. Di qui, immaginate quale portata abbia una situazione come quella esposta sopra, quando debitamente sviscerata.
Formalizziamo tale situazione: un soggetto, che si trova in una condizione di mancanza - un deficiente, un imbecille, in senso etimologico - per spirito di sopravvivenza (al momento teniamo questa definizione) si rivolge a un secondo soggetto che in qualche modo è iperdotato, una sorta di sole al tramonto, sì tracotante da trovarsi nella condizione esistenziale del dover donare.
Questo secondo soggetto, sia chiaro da subito, è costretto a donare, è strettamente dovuto a farlo causa della sua intima condizione d'essere in uno specifico momento di un ciclo, il momento prima della notte (cfr. Nietzsche).
Cosa avviene? Avviene che per una legge naturale, le forze tendano a riequilibrarsi e a tornare allo zero. Ma la vita è squilibrio, la spinta vitale è caos, contrariamente non ci sarebbe attività: la dinamicità dell'esistenza può esser detta quale moto perpetuo di riassestare i pesi e riportarli allo zero, cosa che, con ogni evidenza, non è mai definitiva, poiché in un sistema in moto perpetuo un dato peso, nel riequilibrarsi, spinge il peso prossimo e lo pone in dissesto.
Bisogna porre grande attenzione a ogni azione che si compie, essere consapevoli significa questo: contemplare costantemente la portata di ciò che si fa, anche del più piccolo e apparentemente insignificante gesto.
Questa breve nota serve proprio a questo. Anzi, voglio persino essere odioso, facendovi toccare con mano ciò di cui sto parlando: allo stato delle cose, voi che leggete siete in condizione di deficienza, mentre chi scrive sta tramontando. A voi tocca riempirvi, poiché siete affamati –provate a negarlo! –, a me toccherà lo scotto d'essermi svuotato, dovrò dunque affrontare una lunga, lunghissima notte.
E la notte è proprio quell'unico momento in cui interviene la volontà umana, il sol modo per individuare i soggetti e qualificarli.
La notte è paura, perdita di controllo, solitudine, sofferenza, svuotamento. Ma è anche discernimento. Anzi, il discernimento avviene solo durante la notte.
Qui si individuano i tipi umani: il pavido, rinnega la propria notte, rinnega lo stadio di estrema solitudine e dolore dello svuotamento e si rivolge ad altri per colmarlo, terrificato da un horror vacui esistenziale – ciò avviene, come abbiamo visto, anche in maniera piuttosto spontanea, ma tale spontaneità dipende da determinate caratterialità: una sorta di spregio della propria componente notturna (vacuità) e di tutto il femmineo in senso lato (Ah! son tempi bui per le donne, credetemi) –; il generoso, invece, è colui che si trova nella condizione di portare un fardello talmente pesante da doversene liberare: questo è il motivo per il quale l'attribuzione di valore a bontà, pietà, carità è la più grande menzogna dell'umanità.
Piccola parentesi: l'unica menzogna forse più grande è l'attribuzione di valore all'attività acquisitiva, cioè all'accumulo di beni materiali, ma questo è un argomento che, per quanto sia ovviamente legato al nostro discorso, tratteremo in altra sede. Va qui detto che quegli stessi pavidi sono coloro sui quali attecchisce ogni sorta di virus, da quello spirituale (esempio, il cattolicesimo) a quello materiale come può essere la mentalità mafiosa e quella democratica (ho già spiegato il nesso tra le due mentalità nel mio saggio La svista fantasmatica dell'idea di patria).
E una cura ci sarebbe, ma abbiamo motivo di non credere affatto nella sua applicazione, vista l'assenza di precedenti storici... La cura si chiama valore guerriero-sacerdotale – ciò che Evola rinfacciò al Fascismo –, la cura di chiama cultura, nel senso più alto di poesia, testo rivelato, e se uno Stato non si occupa attivamente di cultura è uno Stato morto. E la morte è contagiosa, quindi lo Stato diviene assassino.
Questa brevissima parentesi vale per riprendere un concetto basilare di questa riflessione, esposto proprio all'inizio, e cioè che non solo non bisogna mai aver paura di fare filosofia, ma è addirittura estremamente necessario (cfr. Žižek).
Riportando il discorso sul tema della generosità, va ribadito che chi è generoso è costretto a esserlo, il suo valore va visto poi. La generosità in sé non vale niente. Un uomo vale se riesce a superate la nottata, come si suol dire...
Va stabilito, dunque, che non tutti arrivano a vivere la propria notte, e non tutti coloro che arrivano a viverla la superano: questo è il distinguo, qui solo è il valore.
Molti non hanno gli strumenti per farlo, poiché bisogna comunque dire che chi ci prova è dotato, su questo non v'è dubbio.
Purtroppo, chi fornisce gli strumenti, spesso fornisce pessimi strumenti, strumenti rotti, malfunzionanti e via dicendo. Chi fornisce tali strumenti è la cultura popolare, quella che la vita la determina, l'insieme di valori di un popolo, il terreno nel quale germogliano i semi delle ideologie che crescendo divengono Stato.
Altrove ho avuto modo di dimostrare la malafede di chi fornisce strumenti difettosi, qui va solo detto che c'è sempre una volontà colposa alla base di un malfunzionamento, c'è sempre una responsabilità, sintetizzando direi omnia immunda immundis.
E, ora, va smontato questo falso mito della saggezza popolare, partendo proprio da una Legge di Murphy, con la quale chiudiamo le necessarie premesse e cambi di rotta propedeutici e torniamo al tema centrale: «Se aiuti un amico nel bisogno, si ricorderà di te, la prossima volta che avrà bisogno». Ma c'è di peggio, un altro detto popolare intima «agli amici e ai parenti non vendere e non comprarci niente». E di degenerazione in degenerazione possiamo arrivare a vette di somma stupidità popolare, somma ignoranza e mancanza di penetrazione.
Pare fin troppo evidente che tali affermazioni non solo restino parziali, ma diano anche una visione terribilmente negativa dei rapporti umani.
Bisogna fare una volta per tutte gli aristocratici: il popolo è ignorante. Basta.
Ma la degenerazione di uno Stato che ha mancato, e colposamente, di attribuirsi una potenza connotante in termini spirituali e culturali, ha fatto sì che tutti si trovassero allo sbaraglio, e privi di riferimenti costretti all'attecchimento di quella mentalità, che mette radici persino in un siffatto aristocratico qual è chi scrive, che spesso mi ha trascinato nel colpevolizzarmi di certe delusioni: «se fai una cortesia, sei una cortigiana, quale trattamento puoi aspettarti?».
Ed è qui che casca pure il falso mito della pregnanza della cultura popolare e di quella forma di narcisismo di massa (Fromm) qual è un siffatto tipo di scriteriato nazionalismo, che in assenza di una vera Nazione è limitato a essere un popolarismo. Mette, cioè, radici in assenza d'altro, non per un'insita potenza.
Poniamoci quindi dei sacrosanti dubbi, per chiudere.
Davvero ha ragione la cultura popolare? Veramente l'anomalia è la generosità? Qual è lo sciocco motivo per il quale l'anomalia sarebbe la generosità – che abbiamo visto essere un fatto spontaneo tanto quanto la deficienza? Davvero occorre spegnere anche quell'ultima scintilla di speranza in un'umanità rispettosa? Cos'è poi il rispetto per l'altro? Chi può dirsi rispettoso se non chi conosce il sudore del sacrificio? Tempo, impegno, competenza faticata in anni e anni, valgono meno delle furberie? Vale di più essere approfittatori? E chi dà agli approfittatori il diritto di pretendere la generosità? E non solo, il rispetto è un valore? Lo è forse la deficienza? E quale misera soddisfazione sarà mai vivere alle spalle altrui? Quale godimento può ottenere un imbecille, ossia una persona cui manca una gamba ed è costretto a poggiarsi su un baculum?
Ebbene, qui va data la parola a quell'elevatissima e ispiratissima filosofia, tragicamente saggia e aristocratica, che veicola valori agli antipodi rispetto all'ignoranza popolare: «Un fiume in piena trascina con sé ogni sorta di sporcizia». Sono le lapidarie parole di Nietzsche, parole che vanno imparate a memoria per esser richiamate dinanzi a ogni dubbio sul proprio valore.
Stabilito quindi che il rapporto deficiente/generoso è un rapporto spontaneo e naturale, va abbandonata la popolare idea del «se fai un favore non aspettarti niente in cambio» o, addirittura, la terribile idea cristiana del «se compi una buona azione, lo fai per tuo piacere». Queste sono sciocchezze, idee molli che vanno duramente spente. Un animo elevato, piuttosto che un generoso, un fiume in piena, non potrà mai essere uno stratega degl'improbabili ritorni e poi lagnarsi, ed è impensabile che un processo costrittivo causi piacere, visto che il piacere presuppone frizione indi libera volontà agente: non siamo sì sovrastrutturati da aspettarci il paradiso in cambio di una buona azione.
Ma va individuato in quell'affermazione nietzschiana un duplice monito, un doppio memento che altrimenti potremmo parafrasare così: al generoso «tu sei nato grande», ai pavidi «voi siete sporcizia».
In definitiva, reputo strettamente necessario pur ammettere la propria eccezionalità, poiché siamo l'esatto opposto degli umili e dei miserabili, e tale generosità è anche la misura in cui si è sì grandiosi da disprezzare l'umanità, «per altezza d'animo» (Nietzsche).
De facto, gli uomini che soffrono di più dell'umana stoltezza, vanità e bassezza, non sono i pallidi predicatori dell'«ama il prossimo tuo», bensì i cosiddetti misantropi; è chi ama immensamente che ha il diritto di odiare immensamente, non altri. E di soffrirne immensamente.
Quei neutrali che non hanno alcuna intensità d'animo, non hanno alcun diritto, né d'amare né d'odiare. Nemmeno d'esistere.
E vengo alla seconda parte del monito, che è rivolta a questi immondi: voi siete sporcizia, e dovete saperlo, e devo essere io a dirvelo. Io che vi odio, profondamente, da svettare rosso come un alto papavero nella sua primavera di bellezza, stendardo di Persefone e Venere, di ritorno dagli Inferi.
Ecco il processo di diurnizzazione dell'elemento notturno, allorquando ogni dicotomia scompare e si è notte sotto il sole del giorno, sopravvissuti alla sofferenza, temprata la forza e trasformato il dolore in odio.
Adesso, chiedete e vi sarà dato. Restate comodi e chiedete a un fiume di traghettarvi, dunque.
Potere osare pretenderlo, anzi.
Aspettatevi d'esser trascinati da un fiume in piena.
Rovinosamente.
Vinz Notaro
Può apparire banale, ma non è un tema così scontato e, partendo dal presupposto che l'unica filosofia possibile vada fatta, nel senso poietico, una riflessione autentica non può che nascere e operare in un ambito pratico, fornire un modus vivendi spinto quanto può spingersi il pensiero.
Ergo non bisogna aver paura di teorizzare in tal senso, ma, attenzione a farlo, la qualità della riflessione sta nell'arditezza degli esiti; non già utopia, ma visionarietà incarnata.
Tornando al nostro discorso, esso tocca temi fondamentali quali il rapporto con l'altro, l'interrogazione su cosa sia il rispetto, l'individuazione di tipi umani, l'analisi pragmatica di come trattarli una volta individuati e qualificati. Di qui, immaginate quale portata abbia una situazione come quella esposta sopra, quando debitamente sviscerata.
Formalizziamo tale situazione: un soggetto, che si trova in una condizione di mancanza - un deficiente, un imbecille, in senso etimologico - per spirito di sopravvivenza (al momento teniamo questa definizione) si rivolge a un secondo soggetto che in qualche modo è iperdotato, una sorta di sole al tramonto, sì tracotante da trovarsi nella condizione esistenziale del dover donare.
Questo secondo soggetto, sia chiaro da subito, è costretto a donare, è strettamente dovuto a farlo causa della sua intima condizione d'essere in uno specifico momento di un ciclo, il momento prima della notte (cfr. Nietzsche).
Cosa avviene? Avviene che per una legge naturale, le forze tendano a riequilibrarsi e a tornare allo zero. Ma la vita è squilibrio, la spinta vitale è caos, contrariamente non ci sarebbe attività: la dinamicità dell'esistenza può esser detta quale moto perpetuo di riassestare i pesi e riportarli allo zero, cosa che, con ogni evidenza, non è mai definitiva, poiché in un sistema in moto perpetuo un dato peso, nel riequilibrarsi, spinge il peso prossimo e lo pone in dissesto.
Bisogna porre grande attenzione a ogni azione che si compie, essere consapevoli significa questo: contemplare costantemente la portata di ciò che si fa, anche del più piccolo e apparentemente insignificante gesto.
Questa breve nota serve proprio a questo. Anzi, voglio persino essere odioso, facendovi toccare con mano ciò di cui sto parlando: allo stato delle cose, voi che leggete siete in condizione di deficienza, mentre chi scrive sta tramontando. A voi tocca riempirvi, poiché siete affamati –provate a negarlo! –, a me toccherà lo scotto d'essermi svuotato, dovrò dunque affrontare una lunga, lunghissima notte.
E la notte è proprio quell'unico momento in cui interviene la volontà umana, il sol modo per individuare i soggetti e qualificarli.
La notte è paura, perdita di controllo, solitudine, sofferenza, svuotamento. Ma è anche discernimento. Anzi, il discernimento avviene solo durante la notte.
Qui si individuano i tipi umani: il pavido, rinnega la propria notte, rinnega lo stadio di estrema solitudine e dolore dello svuotamento e si rivolge ad altri per colmarlo, terrificato da un horror vacui esistenziale – ciò avviene, come abbiamo visto, anche in maniera piuttosto spontanea, ma tale spontaneità dipende da determinate caratterialità: una sorta di spregio della propria componente notturna (vacuità) e di tutto il femmineo in senso lato (Ah! son tempi bui per le donne, credetemi) –; il generoso, invece, è colui che si trova nella condizione di portare un fardello talmente pesante da doversene liberare: questo è il motivo per il quale l'attribuzione di valore a bontà, pietà, carità è la più grande menzogna dell'umanità.
Piccola parentesi: l'unica menzogna forse più grande è l'attribuzione di valore all'attività acquisitiva, cioè all'accumulo di beni materiali, ma questo è un argomento che, per quanto sia ovviamente legato al nostro discorso, tratteremo in altra sede. Va qui detto che quegli stessi pavidi sono coloro sui quali attecchisce ogni sorta di virus, da quello spirituale (esempio, il cattolicesimo) a quello materiale come può essere la mentalità mafiosa e quella democratica (ho già spiegato il nesso tra le due mentalità nel mio saggio La svista fantasmatica dell'idea di patria).
E una cura ci sarebbe, ma abbiamo motivo di non credere affatto nella sua applicazione, vista l'assenza di precedenti storici... La cura si chiama valore guerriero-sacerdotale – ciò che Evola rinfacciò al Fascismo –, la cura di chiama cultura, nel senso più alto di poesia, testo rivelato, e se uno Stato non si occupa attivamente di cultura è uno Stato morto. E la morte è contagiosa, quindi lo Stato diviene assassino.
Questa brevissima parentesi vale per riprendere un concetto basilare di questa riflessione, esposto proprio all'inizio, e cioè che non solo non bisogna mai aver paura di fare filosofia, ma è addirittura estremamente necessario (cfr. Žižek).
Riportando il discorso sul tema della generosità, va ribadito che chi è generoso è costretto a esserlo, il suo valore va visto poi. La generosità in sé non vale niente. Un uomo vale se riesce a superate la nottata, come si suol dire...
Va stabilito, dunque, che non tutti arrivano a vivere la propria notte, e non tutti coloro che arrivano a viverla la superano: questo è il distinguo, qui solo è il valore.
Molti non hanno gli strumenti per farlo, poiché bisogna comunque dire che chi ci prova è dotato, su questo non v'è dubbio.
Purtroppo, chi fornisce gli strumenti, spesso fornisce pessimi strumenti, strumenti rotti, malfunzionanti e via dicendo. Chi fornisce tali strumenti è la cultura popolare, quella che la vita la determina, l'insieme di valori di un popolo, il terreno nel quale germogliano i semi delle ideologie che crescendo divengono Stato.
Altrove ho avuto modo di dimostrare la malafede di chi fornisce strumenti difettosi, qui va solo detto che c'è sempre una volontà colposa alla base di un malfunzionamento, c'è sempre una responsabilità, sintetizzando direi omnia immunda immundis.
E, ora, va smontato questo falso mito della saggezza popolare, partendo proprio da una Legge di Murphy, con la quale chiudiamo le necessarie premesse e cambi di rotta propedeutici e torniamo al tema centrale: «Se aiuti un amico nel bisogno, si ricorderà di te, la prossima volta che avrà bisogno». Ma c'è di peggio, un altro detto popolare intima «agli amici e ai parenti non vendere e non comprarci niente». E di degenerazione in degenerazione possiamo arrivare a vette di somma stupidità popolare, somma ignoranza e mancanza di penetrazione.
Pare fin troppo evidente che tali affermazioni non solo restino parziali, ma diano anche una visione terribilmente negativa dei rapporti umani.
Bisogna fare una volta per tutte gli aristocratici: il popolo è ignorante. Basta.
Ma la degenerazione di uno Stato che ha mancato, e colposamente, di attribuirsi una potenza connotante in termini spirituali e culturali, ha fatto sì che tutti si trovassero allo sbaraglio, e privi di riferimenti costretti all'attecchimento di quella mentalità, che mette radici persino in un siffatto aristocratico qual è chi scrive, che spesso mi ha trascinato nel colpevolizzarmi di certe delusioni: «se fai una cortesia, sei una cortigiana, quale trattamento puoi aspettarti?».
Ed è qui che casca pure il falso mito della pregnanza della cultura popolare e di quella forma di narcisismo di massa (Fromm) qual è un siffatto tipo di scriteriato nazionalismo, che in assenza di una vera Nazione è limitato a essere un popolarismo. Mette, cioè, radici in assenza d'altro, non per un'insita potenza.
Poniamoci quindi dei sacrosanti dubbi, per chiudere.
Davvero ha ragione la cultura popolare? Veramente l'anomalia è la generosità? Qual è lo sciocco motivo per il quale l'anomalia sarebbe la generosità – che abbiamo visto essere un fatto spontaneo tanto quanto la deficienza? Davvero occorre spegnere anche quell'ultima scintilla di speranza in un'umanità rispettosa? Cos'è poi il rispetto per l'altro? Chi può dirsi rispettoso se non chi conosce il sudore del sacrificio? Tempo, impegno, competenza faticata in anni e anni, valgono meno delle furberie? Vale di più essere approfittatori? E chi dà agli approfittatori il diritto di pretendere la generosità? E non solo, il rispetto è un valore? Lo è forse la deficienza? E quale misera soddisfazione sarà mai vivere alle spalle altrui? Quale godimento può ottenere un imbecille, ossia una persona cui manca una gamba ed è costretto a poggiarsi su un baculum?
Ebbene, qui va data la parola a quell'elevatissima e ispiratissima filosofia, tragicamente saggia e aristocratica, che veicola valori agli antipodi rispetto all'ignoranza popolare: «Un fiume in piena trascina con sé ogni sorta di sporcizia». Sono le lapidarie parole di Nietzsche, parole che vanno imparate a memoria per esser richiamate dinanzi a ogni dubbio sul proprio valore.
Stabilito quindi che il rapporto deficiente/generoso è un rapporto spontaneo e naturale, va abbandonata la popolare idea del «se fai un favore non aspettarti niente in cambio» o, addirittura, la terribile idea cristiana del «se compi una buona azione, lo fai per tuo piacere». Queste sono sciocchezze, idee molli che vanno duramente spente. Un animo elevato, piuttosto che un generoso, un fiume in piena, non potrà mai essere uno stratega degl'improbabili ritorni e poi lagnarsi, ed è impensabile che un processo costrittivo causi piacere, visto che il piacere presuppone frizione indi libera volontà agente: non siamo sì sovrastrutturati da aspettarci il paradiso in cambio di una buona azione.
Ma va individuato in quell'affermazione nietzschiana un duplice monito, un doppio memento che altrimenti potremmo parafrasare così: al generoso «tu sei nato grande», ai pavidi «voi siete sporcizia».
In definitiva, reputo strettamente necessario pur ammettere la propria eccezionalità, poiché siamo l'esatto opposto degli umili e dei miserabili, e tale generosità è anche la misura in cui si è sì grandiosi da disprezzare l'umanità, «per altezza d'animo» (Nietzsche).
De facto, gli uomini che soffrono di più dell'umana stoltezza, vanità e bassezza, non sono i pallidi predicatori dell'«ama il prossimo tuo», bensì i cosiddetti misantropi; è chi ama immensamente che ha il diritto di odiare immensamente, non altri. E di soffrirne immensamente.
Quei neutrali che non hanno alcuna intensità d'animo, non hanno alcun diritto, né d'amare né d'odiare. Nemmeno d'esistere.
E vengo alla seconda parte del monito, che è rivolta a questi immondi: voi siete sporcizia, e dovete saperlo, e devo essere io a dirvelo. Io che vi odio, profondamente, da svettare rosso come un alto papavero nella sua primavera di bellezza, stendardo di Persefone e Venere, di ritorno dagli Inferi.
Ecco il processo di diurnizzazione dell'elemento notturno, allorquando ogni dicotomia scompare e si è notte sotto il sole del giorno, sopravvissuti alla sofferenza, temprata la forza e trasformato il dolore in odio.
Adesso, chiedete e vi sarà dato. Restate comodi e chiedete a un fiume di traghettarvi, dunque.
Potere osare pretenderlo, anzi.
Aspettatevi d'esser trascinati da un fiume in piena.
Rovinosamente.
Vinz Notaro

