Può apparire banale, ma non è un tema così scontato e, partendo dal presupposto che l'unica filosofia possibile vada fatta, nel senso poietico, una riflessione autentica non può che nascere e operare in un ambito pratico, fornire un modus vivendi spinto quanto può spingersi il pensiero.
Ergo non bisogna aver paura di teorizzare in tal senso, ma, attenzione a farlo, la qualità della riflessione sta nell'arditezza degli esiti; non già utopia, ma visionarietà incarnata.
Tornando al nostro discorso, esso tocca temi fondamentali quali il rapporto con l'altro, l'interrogazione su cosa sia il rispetto, l'individuazione di tipi umani, l'analisi pragmatica di come trattarli una volta individuati e qualificati. Di qui, immaginate quale portata abbia una situazione come quella esposta sopra, quando debitamente sviscerata.
Formalizziamo tale situazione: un soggetto, che si trova in una condizione di mancanza - un deficiente, un imbecille, in senso etimologico - per spirito di sopravvivenza (al momento teniamo questa definizione) si rivolge a un secondo soggetto che in qualche modo è iperdotato, una sorta di sole al tramonto, sì tracotante da trovarsi nella condizione esistenziale del dover donare.
Questo secondo soggetto, sia chiaro da subito, è costretto a donare, è strettamente dovuto a farlo causa della sua intima condizione d'essere in uno specifico momento di un ciclo, il momento prima della notte (cfr. Nietzsche).
Cosa avviene? Avviene che per una legge naturale, le forze tendano a riequilibrarsi e a tornare allo zero. Ma la vita è squilibrio, la spinta vitale è caos, contrariamente non ci sarebbe attività: la dinamicità dell'esistenza può esser detta quale moto perpetuo di riassestare i pesi e riportarli allo zero, cosa che, con ogni evidenza, non è mai definitiva, poiché in un sistema in moto perpetuo un dato peso, nel riequilibrarsi, spinge il peso prossimo e lo pone in dissesto.
Bisogna porre grande attenzione a ogni azione che si compie, essere consapevoli significa questo: contemplare costantemente la portata di ciò che si fa, anche del più piccolo e apparentemente insignificante gesto.
Questa breve nota serve proprio a questo. Anzi, voglio persino essere odioso, facendovi toccare con mano ciò di cui sto parlando: allo stato delle cose, voi che leggete siete in condizione di deficienza, mentre chi scrive sta tramontando. A voi tocca riempirvi, poiché siete affamati –provate a negarlo! –, a me toccherà lo scotto d'essermi svuotato, dovrò dunque affrontare una lunga, lunghissima notte.
E la notte è proprio quell'unico momento in cui interviene la volontà umana, il sol modo per individuare i soggetti e qualificarli.
La notte è paura, perdita di controllo, solitudine, sofferenza, svuotamento. Ma è anche discernimento. Anzi, il discernimento avviene solo durante la notte.
Qui si individuano i tipi umani: il pavido, rinnega la propria notte, rinnega lo stadio di estrema solitudine e dolore dello svuotamento e si rivolge ad altri per colmarlo, terrificato da un horror vacui esistenziale – ciò avviene, come abbiamo visto, anche in maniera piuttosto spontanea, ma tale spontaneità dipende da determinate caratterialità: una sorta di spregio della propria componente notturna (vacuità) e di tutto il femmineo in senso lato (Ah! son tempi bui per le donne, credetemi) –; il generoso, invece, è colui che si trova nella condizione di portare un fardello talmente pesante da doversene liberare: questo è il motivo per il quale l'attribuzione di valore a bontà, pietà, carità è la più grande menzogna dell'umanità.
Piccola parentesi: l'unica menzogna forse più grande è l'attribuzione di valore all'attività acquisitiva, cioè all'accumulo di beni materiali, ma questo è un argomento che, per quanto sia ovviamente legato al nostro discorso, tratteremo in altra sede. Va qui detto che quegli stessi pavidi sono coloro sui quali attecchisce ogni sorta di virus, da quello spirituale (esempio, il cattolicesimo) a quello materiale come può essere la mentalità mafiosa e quella democratica (ho già spiegato il nesso tra le due mentalità nel mio saggio La svista fantasmatica dell'idea di patria).
E una cura ci sarebbe, ma abbiamo motivo di non credere affatto nella sua applicazione, vista l'assenza di precedenti storici... La cura si chiama valore guerriero-sacerdotale – ciò che Evola rinfacciò al Fascismo –, la cura di chiama cultura, nel senso più alto di poesia, testo rivelato, e se uno Stato non si occupa attivamente di cultura è uno Stato morto. E la morte è contagiosa, quindi lo Stato diviene assassino.
Questa brevissima parentesi vale per riprendere un concetto basilare di questa riflessione, esposto proprio all'inizio, e cioè che non solo non bisogna mai aver paura di fare filosofia, ma è addirittura estremamente necessario (cfr. Žižek).
Riportando il discorso sul tema della generosità, va ribadito che chi è generoso è costretto a esserlo, il suo valore va visto poi. La generosità in sé non vale niente. Un uomo vale se riesce a superate la nottata, come si suol dire...
Va stabilito, dunque, che non tutti arrivano a vivere la propria notte, e non tutti coloro che arrivano a viverla la superano: questo è il distinguo, qui solo è il valore.
Molti non hanno gli strumenti per farlo, poiché bisogna comunque dire che chi ci prova è dotato, su questo non v'è dubbio.
Purtroppo, chi fornisce gli strumenti, spesso fornisce pessimi strumenti, strumenti rotti, malfunzionanti e via dicendo. Chi fornisce tali strumenti è la cultura popolare, quella che la vita la determina, l'insieme di valori di un popolo, il terreno nel quale germogliano i semi delle ideologie che crescendo divengono Stato.
Altrove ho avuto modo di dimostrare la malafede di chi fornisce strumenti difettosi, qui va solo detto che c'è sempre una volontà colposa alla base di un malfunzionamento, c'è sempre una responsabilità, sintetizzando direi omnia immunda immundis.
E, ora, va smontato questo falso mito della saggezza popolare, partendo proprio da una Legge di Murphy, con la quale chiudiamo le necessarie premesse e cambi di rotta propedeutici e torniamo al tema centrale: «Se aiuti un amico nel bisogno, si ricorderà di te, la prossima volta che avrà bisogno». Ma c'è di peggio, un altro detto popolare intima «agli amici e ai parenti non vendere e non comprarci niente». E di degenerazione in degenerazione possiamo arrivare a vette di somma stupidità popolare, somma ignoranza e mancanza di penetrazione.
Pare fin troppo evidente che tali affermazioni non solo restino parziali, ma diano anche una visione terribilmente negativa dei rapporti umani.
Bisogna fare una volta per tutte gli aristocratici: il popolo è ignorante. Basta.
Ma la degenerazione di uno Stato che ha mancato, e colposamente, di attribuirsi una potenza connotante in termini spirituali e culturali, ha fatto sì che tutti si trovassero allo sbaraglio, e privi di riferimenti costretti all'attecchimento di quella mentalità, che mette radici persino in un siffatto aristocratico qual è chi scrive, che spesso mi ha trascinato nel colpevolizzarmi di certe delusioni: «se fai una cortesia, sei una cortigiana, quale trattamento puoi aspettarti?».
Ed è qui che casca pure il falso mito della pregnanza della cultura popolare e di quella forma di narcisismo di massa (Fromm) qual è un siffatto tipo di scriteriato nazionalismo, che in assenza di una vera Nazione è limitato a essere un popolarismo. Mette, cioè, radici in assenza d'altro, non per un'insita potenza.
Poniamoci quindi dei sacrosanti dubbi, per chiudere.
Davvero ha ragione la cultura popolare? Veramente l'anomalia è la generosità? Qual è lo sciocco motivo per il quale l'anomalia sarebbe la generosità – che abbiamo visto essere un fatto spontaneo tanto quanto la deficienza? Davvero occorre spegnere anche quell'ultima scintilla di speranza in un'umanità rispettosa? Cos'è poi il rispetto per l'altro? Chi può dirsi rispettoso se non chi conosce il sudore del sacrificio? Tempo, impegno, competenza faticata in anni e anni, valgono meno delle furberie? Vale di più essere approfittatori? E chi dà agli approfittatori il diritto di pretendere la generosità? E non solo, il rispetto è un valore? Lo è forse la deficienza? E quale misera soddisfazione sarà mai vivere alle spalle altrui? Quale godimento può ottenere un imbecille, ossia una persona cui manca una gamba ed è costretto a poggiarsi su un baculum?
Ebbene, qui va data la parola a quell'elevatissima e ispiratissima filosofia, tragicamente saggia e aristocratica, che veicola valori agli antipodi rispetto all'ignoranza popolare: «Un fiume in piena trascina con sé ogni sorta di sporcizia». Sono le lapidarie parole di Nietzsche, parole che vanno imparate a memoria per esser richiamate dinanzi a ogni dubbio sul proprio valore.
Stabilito quindi che il rapporto deficiente/generoso è un rapporto spontaneo e naturale, va abbandonata la popolare idea del «se fai un favore non aspettarti niente in cambio» o, addirittura, la terribile idea cristiana del «se compi una buona azione, lo fai per tuo piacere». Queste sono sciocchezze, idee molli che vanno duramente spente. Un animo elevato, piuttosto che un generoso, un fiume in piena, non potrà mai essere uno stratega degl'improbabili ritorni e poi lagnarsi, ed è impensabile che un processo costrittivo causi piacere, visto che il piacere presuppone frizione indi libera volontà agente: non siamo sì sovrastrutturati da aspettarci il paradiso in cambio di una buona azione.
Ma va individuato in quell'affermazione nietzschiana un duplice monito, un doppio memento che altrimenti potremmo parafrasare così: al generoso «tu sei nato grande», ai pavidi «voi siete sporcizia».
In definitiva, reputo strettamente necessario pur ammettere la propria eccezionalità, poiché siamo l'esatto opposto degli umili e dei miserabili, e tale generosità è anche la misura in cui si è sì grandiosi da disprezzare l'umanità, «per altezza d'animo» (Nietzsche).
De facto, gli uomini che soffrono di più dell'umana stoltezza, vanità e bassezza, non sono i pallidi predicatori dell'«ama il prossimo tuo», bensì i cosiddetti misantropi; è chi ama immensamente che ha il diritto di odiare immensamente, non altri. E di soffrirne immensamente.
Quei neutrali che non hanno alcuna intensità d'animo, non hanno alcun diritto, né d'amare né d'odiare. Nemmeno d'esistere.
E vengo alla seconda parte del monito, che è rivolta a questi immondi: voi siete sporcizia, e dovete saperlo, e devo essere io a dirvelo. Io che vi odio, profondamente, da svettare rosso come un alto papavero nella sua primavera di bellezza, stendardo di Persefone e Venere, di ritorno dagli Inferi.
Ecco il processo di diurnizzazione dell'elemento notturno, allorquando ogni dicotomia scompare e si è notte sotto il sole del giorno, sopravvissuti alla sofferenza, temprata la forza e trasformato il dolore in odio.
Adesso, chiedete e vi sarà dato. Restate comodi e chiedete a un fiume di traghettarvi, dunque.
Potere osare pretenderlo, anzi.
Aspettatevi d'esser trascinati da un fiume in piena.
Rovinosamente.
Vinz Notaro
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IL PENSIERO HARDUO
Critica radicale dei media e della società dei consumi.
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