29/12/14

Fatti, parole, azioni alle soglie di un nuovo inizio.

L'avrò saltata qualche anno, la mia letterina alle persone speciali, ma stavolta non poteva mancare, visto che la mia accezione di 'persone speciali' è radicalmente mutata e visto che sono successe così tante cose nella mia vita da rendere necessari un po' di chiarimenti.
E ci si chiarisce sempre e solo attraverso fatti, espressi in parole.
Perciò, vorrei richiamare le parole che ho usato di più nel corso dell'anno che sta finendo, poiché le considero un allarme, nonché un principio di continuità spiraloidale, nel bene e nel male.

Subumani. In assoluto è stata la parola che ho più usato nel 2014.
Ma chi sono costoro? Sono tutte quelle persone che vengono meno alla parola data, che ridono (istericamente, ben inteso... visto che bisogna esser pazzi per non capire l'auto-evidenza di certe cose) di princìpi per il sottoscritto fondamentali: purezza, lealtà, intensità, scelta, sacrificio, evoluzione.
Sono gli incapaci, e gli incapaci sono tutti coloro che credono di essere speciali ma, in fondo, sono solo furbastri che si riducono alle peggiori bassezze.
E, chiariamoci, nessuno è incapace per natura, lo si diventa per scelta. Quando si sceglie di cedere, quando si sceglie la slealtà, quando ci si illude di essere a credito con la vita e si interrompe ogni spinta alla crescita, parodiando l'attaccamento, per debolezza, ai propri limiti.
Si è subumani quando si sceglie di sostituire un legaccio a un principio superiore. E questo può accadere solo in un modo, quando si basa la propria vita su un'idea malsana di libertà e la si rende schiavitù, quando ci si convince che tutto è marcio per ricavarne l'alibi di essere liberamente marci.

C'è un motivo, anzi molti motivi per i quali ho usato spesso apostrofare come subumani persone vicine a me e non solo: al di là delle motivazioni personali, una delle ragioni è che credo sia indispensabile chiamare le cose col proprio nome; un'altra è che l'essenza della vita è guerra, i nemici esistono e vanno combattuti fino allo stremo.
Anzitutto il nemico che è in ognuno di noi, la resistenza all'evoluzione, quel moto dello spirito orizzontale che soppianta la verticalità della crescita.
Possiamo tradurlo in termini sociali, per esempio, come la tendenza alla complicazione dell'accumulo (di ogni sorta), a scapito dell'essenzialità e del riconoscimento dei propri e degli altrui bisogni, limiti e doveri.
Possiamo tradurlo in termini spirituali come la tendenza a girare intorno al mutamento, per paura di perdere se stessi, per paura dell'intensità. Perché l'infinità della profondità terrorizza chiunque: essa è la netta linea di separazione tra chi si assume l'onere di osare e chi no.

Purezza, lealtà, intensità, scelta, sacrificio, evoluzione... non ho mai considerato queste parole orizzonti di superiorità.
Sono piuttosto azioni. Intensità è agire senza mai arretrare di un solo passo. Purezza è purificare costantemente se stessi, in un'ottica in cui nulla è puro o impuro di per sé, lo diventa allorquando si sceglie – ergo si agisce – aderendo o allontanandosi ai propri princìpi superiori – altra espressione che ho richiamato un'infinità di volte.
Senza princìpi superiori, non c'è speranza di evoluzione, non c'è vita, si è tecnicamente subumani. Ma non basta vantarli, bisogna onorarli (onore... una delle parole più fraintese del nostro secolo) e occorre comprenderne la natura.
Tutto quanto cerchiamo e che va al di là di noi stessi è da iscrivere nei c.d. princìpi superiori, tutto quanto richiede sacrificio, ossia merita d'esser fatto sacro attraverso purezza e intensità.
Sacro. Inviolabile, inverante, estatico, tanto quanto impervio, a volte doloroso, necessariamente provante.

Questo è l'orizzonte, si. L'autentico ottenimento, il trono dell'egemonikon, del sovrano interiore: il sacrificio.
Quando Odino siede sull'Hliðskjálf, ha già perduto un occhio nel pozzo di Mímir: per vedere in tutti i mondi, ha già sacrificato se stesso, ha già scelto.
Tertium non datur, o ci si risparmia o ci si sacrifica.

E questo è quanto.
Vi risparmio dall'augurarvi un 2015 sereno, di soddisfazioni, realizzazioni, prosperità e quant'altro.
Il mio augurio per un nuovo inizio è che ognuno si trovi nella condizione scomoda di dover scegliere.
Cosa, spetta a ognuno di noi.


09/07/14

La trappola del poeta



Tutto è buio. Sono in fondo a un ipogeo.
Sono nella mia cassa di legno dipinto, stretta e adatta al mio corpo come una guaina.

Agli altri morti i familiari hanno portato frutti e focacce. 

A me scriba la pietosa reca gli strumenti dell′officio mio.

(Gabriele D'Annunzio, Notturno)

Vivere. Crescere. Farsi male e avere paura. Paura di cambiare e di lasciar andare parti morte di se stessi.
Sono le necessarie difficoltà in un processo evolutivo inesorabile quanto difficile da assecondare; le nostre più comuni paure, se non messe a fuoco e superate al momento opportuno, se da rispettosa cautela divengono immobilismo e giustificazioni all'immobilismo, possono far prosperare ogni sorta di deformità in noi. Va da sé che le deformità di cui si parla investano integralmente l'essere umano, ergo, a deformità spirituali (paranoie e fobie) vi saranno corrispettivi mentali (alibi e blocchi), nonché corporei (disturbi e malattie).
I tre livelli si sviluppano in maniera quasi emanativa, sia nel senso che da un problema (un impulso dell'anima, p. e.), livello dopo livello, se ne creano molteplici, sia nel senso che, in genere, è più comune prenderne atto a partire dal piano corporeo, più lento ad affermarsi, sintomo, cioè, di uno stato d'allerta giunto alla nostra attenzione quasi a mo' d'ultimatum.
Bisognerebbe ascoltare la propria anima, prima che il corpo ci urli i suoi messaggi. Sarebbe tutto più facile. Ma in vero, certe difficoltà sono relativamente funzionali, nonché il nostro corpo è il templio del nostro spirito e va profondamente rispettato. 
Un processo di crescita (ad lucem) deve necessariamente passare per prove e difficoltà (ex tenebris); è un dato di fatto, su questa terra ogni cosa vive in funzione del suo opposto, non c'è altro modo che esperire la realtà che non sia riconoscimento, integrazione e superamento degli opposti. Tali difficoltà, per quanto siano necessarie, impossibili da eludere – anzi, propriamente dialettiche –, saranno tanto gravi per quanto peso gli attribuiremo.

Potrebbe apparire triste, ma non tutti sono capaci o destinati a crescere (anche questo fa parte della dialettica dell'esistenza), sebbene tutti viviamo resistenze al cambiamento, al punto da passare, quasi sempre, per il mascherare i nostri limiti da pregi poetici, con estrema raffinatezza: la prima cosa che s'impara, la cosa più facile, è la vigliaccheria di chiamare i nostri limiti difetti. Per non cambiarli.
Là dove appariamo rigidi e ferrei, siamo deboli: la forza è fluidità.
Bisogna ritenersi fortunati (o audaci, che dir si voglia) se si riesce a vedere limpidamente i propri limiti, al punto di soffrirne. Quando li vediamo, solo allora, possiamo agire per cambiare e superarli.
Riuscirci - e già il sol tentare -, è una questione di destino.

Contrariamente a quanto si dice, i difetti non danno carattere, creano il personaggio, la simulazione di noi stessi, una terza persona (je est un autre), che non ha responsabilità e, pertanto, si bea di una finta libertà restando confinato nell'illusione, similmente a un ragno idiota intrappolato nella sua stessa ragnatela.
Ecco, il carattere è destino. Destino è scelta, scelta è azione, azione è cambiamento.
Un costante suicidio rituale per una costante rinascita spirituale.
Ma bisogna esser disposti a farsi smembrare negli Inferi, e prima ancora a entrarci, per ambire al diamante filosofale.
Al primo passo vi è, per tutti, una resistenza. E sebbene faccia molto male, non è nulla di eccezionale: è giusto il divario tra una persona comune e un uomo.

Comprendere l'assoluta ordinarietà dei propri limiti.
Essi non ci rendono speciali. Magari possono farci apparire fascinanti per chi ha limiti simili – non ci si  conosce che attraverso gli altri, in fin dei conti (e la linea tra l’essere l’un per l’altro slancio o palude, è sottilissima). Ma non è questo il vero problema (o meglio, non è questo il problema in oggetto). Il punto morto lo si incontra quando l’io diviene il nostro altro, in uno schiacciante narcisismo autoreferenziale. La gabbia è chiusa dall’interno, non ci sarà più nessuno capace di riaprirla dall'esterno. Questa è quella che considero la trappola del poeta. Ma potremmo delinearne tante altre, come la trappola del filosofo (l'esito del nichilismo di Cioran, ne è l'esempio calzante), la trappola dello psicologo (in genere, chi esorcizza i propri drammi sui drammi altrui, attraverso schemi illusori che partono dal fraintendere il dare col ricevere, l'aiutare l'altro con l'aiutare - cosa che poi non accade - se stesso, finendo in un precipizio di sviste).
Sono tutte maschere. Non è semplice evitare di caderci, nessuno è ben disposto a perdere la sicurezza della propria maschera. Ma nessuna maschera realmente utile può rimanerci attaccata in faccia a vita; la funzione di una maschera è proprio quella d’essere messa e dismessa, nonché cambiata: è un veicolo, guai a scambiarlo per un fine.

E poi c’è la seconda resistenza. Se la prima può durare un tempo indeterminato - si può stare vite intere nell'immobilità, nel giustificazionismo e nell'abbellimento sistematico dei propri limiti, passando di trappola in trappola, devastando persino le vite altrui, nell'ignorare la sacralità della propria -, la seconda resistenza ha una durata delimitata, ma tanto è breve quanto terribilmente insopportabile. È la resistenza a liberarsi dalle proprie scorie, e dura il tempo funzionale a mettere a fuoco da cosa ci si deve liberare. Nonostante questa sia la via rapida, l’inquietudine giunge a livelli necessariamente intollerabili.
La visione si chiarisce soltanto al culmine del dolore, dopo la resa, quando si accede a quelle forze interiori che sono al di là di noi stessi, che attendono, da sempre, in fondo all'abisso della potenza. L’altro vero, sconfinato e senza limiti.
Lì, dove non v'è fondo, soltanto lì ci si ritrova. Per continuare a cercare.

E si, tutto questo è solo un altro inizio. 

05/03/14

Pazzia, follia, giudizio, giustizia.

This is not a test of power
This is not a game to be lost or won
Let justice be done
(Death, Zero Tolerance)

Un pretesto
Che cosa inquietante questa democrazia all'epoca di internet: tutti parlano di tutto, ossia tutti della stessa cosa, a caso, sotto stimoli esterni e mai interiori. E senza mai dire niente su niente.
Tutti siamo portatori insani del c.d. senso critico, quella nevrosi rasente l'egomania per la quale ci si convince (per paura) di bastare a se stessi, ci si illude di non aver necessità dell'altro, di un grande altro... di un libro, per esempio, un consiglio, un confronto, a volte un conforto. A volte di stare in silenzio e ascoltare attentamente, non intervenire, osservare, apprendere.
Ma soprattutto scegliere con responsabilità, applicarsi, essere dediti e sacrificare sempre qualcosa.
E così, ci si trova "liberamente" a esprimere castronerie tremende su questo o su quell'argomento, a prendere costanti cantonate nella vita – reputandole "derive destinali", "karma" o qualche altro concetto altisonante di cui non si ha la minima cognizione – e a giudicare (rimuginare e affossarsi nella palude) – senza posa, senza freno, senza direzione, giudicare di tutto, senza criterio, inclusi se stessi – piuttosto che a vivere (ossia scegliere, fare, comprendere, tacere, fallire, continuare a fare, sebbene comporti impegno e l'impegno del confronto e tanta umiltà quanto ardore).

Oggetto
Qualche filosofo paesano chiama il millantato senso critico in questione "masturbazione mentale", qualche filosofo mancato definiva questo genere di strafalcioni "mattoni del muro".
Il muro che ci costruiamo per non vivere la vita, per non accettare il nostro ruolo nella gerarchia dell'esistenza, i nostri limiti e il fatto che i nostri limiti saranno durissimi da superare.
Lavorarci per l'intera esistenza non è detto che basti. Già, forse una sola vita non basta mai.
La fatica, si, quella è un fatto di solitudine, persino se smaltita in squadra, serve a fare i conti realmente con se stessi. Misurarsi mai con gli altri, ma con se stessi, con la propria ombra.
This is not a test of power, this is not a game to be lost or won.
In fin dei conti, è un classico misunderstanding del bisogno di solitudine che ognuno ha, quello di cristallizzarsi fuori da una coniunctio oppositorum: id est, è tanto necessaria la solitudine quanto il suo opposto. Una invera l'altro. E quando esse s'inverano vicendevolmente diventano tutt'altra cosa da ciò che sono singolarmente.
D'altra parte, la natura del giudizio – quello che appesta l'aria intorno, quello pessimo, pregiudizievole, specialmente in quest'epoca e questo occidente civilizzato che ha inventato la psichiatria e i talkshow, la finanza virtuale e il suffraggio universale, la libertà d'espressione e la morale –, sta tutta qui: si giudica ciò che non si conosce. Il valore che si attribuisce a qualcosa, qualunque esso sia, sopperisce alla mancanza di comprensione di quel qualcosa.

(Nota bene: questo è anche il motivo per cui la pars destruens, oggi come oggi, è ancora da reputarsi necessaria; trasvalutare, smantellare valori per giungere a una spontanea pars costruens, è ancora fondamentale. Oggi, vale più distruggere valori che attribuirne).

Conclusione
La lama fuori dal mazzo (fuori dalla vita) è il Folle, la pulsione viva dell'esistenza che può assumere tutte le altre forme; ossia, significa che basta a sé nella misura in cui necessita d'altro per esistere.
La vita chiede costantemente di definirsi, di finire, in qualche modo. E, sebbene sia spiacevole, non esistono scorciatoie. Se non ci si incammina, il cuore della vita resterà lì dov'è.
A centro del mazzo: la Giustizia – il "buon giudice" che ci portiamo in petto – figura che brandisce una spada e una bilancia.
Chi ne ha paura la teme punitrice e paradossalmente vi si sostituisce, finendo molto male (una spada non è un giocattolo).
Ma per chi ha comprensione della Giustizia e la bilancia con l'entusiasmo del Folle – l'energia che fa pulsare il cuore se al cuore direzionata, mettendo la vita stessa in equilibrio –, essa è un'indicazione: agire.
Agire dal cuore, dal proprio centro: spada e bilancia.
E gli opposti si congiungono, dentro e fuori, in una nuova sintesi: la vita vera.
Il segreto di ogni labirinto.
Vale la pena meditare su un concetto tanto semplice quanto denso (a volte insopportabilmente denso – e questa, si, che è la prova): un cuore senza energia non pulsa, l'energia che non opera in un cuore non è energia.

* Energia deriva dal greco en (particella intesiva) + ergon (opera, azione)







16/01/14

Breve nota sul vampirismo televisivo. Pubblicità o pornografia?

Non so se vi è capitato di guardare la nuova pubblicità di Infinity, io purtroppo l'ho appena fatto.
Il finale mi ha dato molto da riflettere: c'è una coppia di ragazzi, ventenni, su per giù, che si bacia guardando palesemente la TV. Si bacia, cioè, distrattamente, guardando lo schermo, schermo che assume il doppio ruolo di oggetto della pubblicità  (il pacchetto di film Infinity) e di indicazione del fruitore, ossia chi guarda la TV.
Già questo combaciare di offerta e cliente cui la si rivolge è a dir poco sintomatico di un paradigma comunicativo, se non altro, singolare.
C'è un solo altro caso in cui accade qualcosa di simile, ed è nei film porno. Specialmente quelli odierni.
Tutti abbiamo visto film porno, ma pochi li hanno osservati attentamente. In genere, pochi osservano attentamente qualcosa...
Orbene, cosa accade di così speciale in ambito pornografico?
La classica scena della fellatio ha lo stesso assetto della summenzionata pubblicità: la donna, nel mentre succhia il membro - o i vari membri del caso - guarda l'osservatore, ammiccando. Si! Non guarda il cazzo. Non guarda il partner: guarda tutt'altro, guarda l'osservatore!
Ed è in quel preciso istante che accade lo slittamento, la distrazione fatale.
Lei guarda te, fingendo giocoforza - se guarda te, non sta davvero succhiandogli il cazzo, no? - guarda proprio te che sei già pronto col cazzetto in mano, pronto a goderti i tuoi 4 secondi di pseudo-gioia, ti immedesimi nell'attore che riceve la fellatio... e diventi lui a tutti gli effetti.
E, mentre tu ti proietti con ogni energia nella scena, lei sta guardando fuori dalla scena.
Divertente, no?
E allora, chi? Chi sta guardando?
Il nulla che hai dentro. Il nulla che sei diventato in quel preciso momento, proiettandoti dentro lo schermo, ossia in un topos inesistente, che non si regge in piedi da solo, ma necessita che cretini come te vengano sacrificati quotidianamente, al fine di far combaciare offerta e acquirente alla perfezione.
Slittamento effettuato. Zero riciclo di energie, nessun dare/avere, nessun recupero, né soddisfazione o ricompensa. Sei tu e tu soltanto che dai ricevendo il tuo stesso svuotarti e, svuotato, brancoli nell'illusione di un appagamento impossibile, poiché senza mai possibilità di soddisfazione.
Sei stato vampirizzato, complimenti.