30/06/16

L'Homo Scemens e l'inestirpabilità di un ego fantasma

Dall’avvento dei cellulari touch screen e dalla idiozia che essi hanno alimentato nel genere umano, credo sia doveroso introdurre una nuova specie successiva all’Homo Sapiens: l’Homo Scemens.


Questo novello stadio dell’ominide non si separa mai dal suo cellulare touch screen, è sempre connesso, segue oziosamente (si chiama waiting syndrome) i fatti di alcuna importanza dei suoi contemporanei (amici e non, virtuali e non, famosi e non, come se non ci fosse alcuna distinzione) attraverso i social network. Inoltre, con la stessa problematica superficialità mascherata da fervore, pathos – fino alla violenza – o qualunque altra mimesi da rintracciarsi in una scorretta o assente canalizzazione delle energie, si informa degli avvenimenti del suo tempo attraverso i quotidiani on-line, tant’è che la piattaforma informativa utilizzata allo scopo e il linguaggio che ne deriva sono gli stessi. Ne risulta una triste e pericolosissima illusione di ottenerne una qualche competenza e/o un qualche diritto di parola, avallato dal fatto che tale convinzione è addirittura incentivata dai governi democratici d’ultima generazione, per i quali è indifferente se tutti votano o se non votano, poiché nessuno, de facto, decide niente su niente, né s’assume la responsabilità di qualcosa. E, nel mentre bene o male siamo tutti distratti da questa macchinazione – che subiamo per nostra comodità, non ci sono geni del male a tramare contro l’umanità, sia chiaro –, c’è chi commette liberamente atti criminali, di cui siamo tutti complici.

Questo approccio, in vero, deriva dalla concezione della Storia comune già a una larghissima fetta del Sapiens, il quale più che comprendere che il senso stesso del fare Storia è il dubbio, la ricerca, il setacciare costantemente le fonti, ha ben creduto a verità storiche inoppugnabili (nonché commercialmente spendibili), a una Storia di fatti e non di interpretazioni, col risultato di un genere di ominidi disallenato al criticismo e sempre meno solido, poi liquido, poi aereo, passo dopo passo verso l’insignificanza.

Dinanzi a questa perdita di connotati, nell’assenza di un modo per identificarsi e stare quindi al mondo, lo Scemens ha fatto prima del suo impiego lavorativo e poi delle protesi tecnologiche atte a svolgerlo (alla sua modalità inutilmente complicata e affannosa), uno status symbol, al punto che s’indebita per acquistare gli ultimi ritrovati tecnologici al fine di leggere sempre più velocemente le email di clienti e fornitori a ogni ora, sentendosi in tal modo utile agli altri, altri coi quali si rapporta costantemente in maniera fantasmatica, alimentando la propria identità posticcia (la sua ‘maschera’, o che dir si voglia) aggiornando ossessivamente l’immagine di sé che desidera fornire ai suoi simili. 
Desidera, non vuole: poiché non c’è azione nel desiderio, ma bisogno. Lo Scemens è spinto a farlo per emulazione dei suoi simili, per integrarsi a loro, appartenere a un genere che, colmo di sé stesso, non ha più alcuna appartenenza.

L’Homo Scemens, così, non ha più una identificazione, non appartiene a niente, non ha connotazioni stabili, non ha radici, il suo ego s’orienta con le mode, che tendono alla totale perdita di memoria storica per il semplice fatto che le informazioni prodotte di continuo sono ormai così tante che devono essere cancellate progressivamente (si veda Snapchat, poi il meccanismo delle stories su Instagram, Facebook, TikTok, ecc.).

Oggi, il dramma non è più l’ipertrofia egoica dell’ominide ottocentesco che con l’illuminismo industriale aveva creduto di dominare definitivamente la Natura.

Oggi l’ego non fa in tempo a gonfiarsi, come non fa in tempo neppure a formarsi e inserirsi in un contesto sociale nel quale mediarsi. Viene differito e imprigionato in una dimensione fantasmatica senza ritorno – la dimensione simulativa del digitale –, ove viene rimediato e risemantizzato così velocemente e così continuamente che ne risulta il suo fattuale dissolvimento sul piano reale.

Dissolvimento che non ne consente né la mediazione sociale, né l’estirpazione sacrale.
Manca cioè la possibilità del fare etico e del fare sacro, del sacrificio.

Ossia, se pur si volesse riaversi in un contatto spirituale con l’assoluto, per orientarsi verso l’altro, verso l’oltre e verso il mondo, sarebbe ormai impossibile.

Poiché non si può recidere, non si può estirpare un ego fantasma.

 

Da questo processo dissolutivo nessuno è salvo, sia chiaro.

Abbiamo barattato la realtà con l’illusione, la verità con la simulazione, l’anima con il fantasma.

L’Homo Scemens è in ognuno di noi. In alcuni è meno definito, in altri lo è di più; ma al netto di camminare in auto come automi leggendo il cellulare agli incroci – stato degenerativo dello Scemens, il cui numero di incidentati quotidiani ci dà la misura di quanto sia diffuso il nuovo ominide –, il paradosso di un ego fantasma, inestirpabile, è qualcosa con cui abbiamo tutti da fare i conti.


in vino vanitas