Dall’avvento dei cellulari touch screen e dalla idiozia che essi
hanno alimentato nel genere umano, credo sia doveroso introdurre una nuova
specie successiva all’Homo Sapiens: l’Homo Scemens.
Questo novello stadio dell’ominide non si separa mai dal suo
cellulare touch screen, è sempre connesso, segue oziosamente (si chiama waiting
syndrome) i fatti di alcuna importanza dei suoi contemporanei (amici e non,
virtuali e non, famosi e non, come se non ci fosse alcuna distinzione)
attraverso i social network. Inoltre,
con la stessa problematica superficialità mascherata da fervore, pathos
– fino alla violenza – o qualunque altra mimesi da rintracciarsi in una
scorretta o assente canalizzazione delle energie, si informa degli avvenimenti
del suo tempo attraverso i quotidiani on-line, tant’è che la piattaforma
informativa utilizzata allo scopo e il linguaggio che ne deriva sono gli
stessi. Ne risulta una triste e pericolosissima illusione di ottenerne una
qualche competenza e/o un qualche diritto di parola, avallato dal fatto che
tale convinzione è addirittura incentivata dai governi democratici d’ultima
generazione, per i quali è indifferente se tutti votano o se non votano, poiché
nessuno, de facto, decide niente su niente, né s’assume la
responsabilità di qualcosa. E, nel mentre bene o male siamo tutti distratti da
questa macchinazione – che subiamo per nostra comodità, non ci sono geni del
male a tramare contro l’umanità, sia chiaro –, c’è chi commette liberamente
atti criminali, di cui siamo tutti complici.
Questo approccio, in vero, deriva dalla concezione della
Storia comune già a una larghissima fetta del Sapiens, il quale più che
comprendere che il senso stesso del fare Storia è il dubbio, la ricerca, il
setacciare costantemente le fonti, ha ben creduto a verità storiche
inoppugnabili (nonché commercialmente spendibili), a una Storia di fatti e non
di interpretazioni, col risultato di un genere di ominidi disallenato al
criticismo e sempre meno solido, poi liquido, poi aereo, passo dopo passo verso
l’insignificanza.
Dinanzi a questa perdita di connotati, nell’assenza di un
modo per identificarsi e stare quindi al mondo, lo Scemens ha fatto prima del suo impiego lavorativo e poi delle
protesi tecnologiche atte a svolgerlo (alla sua modalità inutilmente complicata
e affannosa), uno status symbol, al punto che s’indebita per acquistare
gli ultimi ritrovati tecnologici al fine di leggere sempre più velocemente le
email di clienti e fornitori a ogni ora, sentendosi in tal modo utile agli
altri, altri coi quali si rapporta costantemente in maniera fantasmatica, alimentando
la propria identità posticcia (la sua ‘maschera’, o che dir si voglia) aggiornando
ossessivamente l’immagine di sé che desidera fornire ai suoi
simili.
Desidera, non vuole: poiché non c’è azione nel desiderio, ma bisogno. Lo Scemens è spinto a farlo per emulazione
dei suoi simili, per integrarsi a loro, appartenere a un genere che, colmo di sé
stesso, non ha più alcuna appartenenza.
L’Homo Scemens,
così, non ha più una identificazione, non appartiene a niente, non ha
connotazioni stabili, non ha radici, il suo ego s’orienta con le mode, che
tendono alla totale perdita di memoria storica per il semplice fatto che le
informazioni prodotte di continuo sono ormai così tante che devono essere
cancellate progressivamente (si veda Snapchat, poi il meccanismo delle stories
su Instagram, Facebook, TikTok, ecc.).
Oggi, il dramma non è più l’ipertrofia egoica dell’ominide
ottocentesco che con l’illuminismo industriale aveva creduto di dominare
definitivamente la Natura.
Oggi l’ego non fa in tempo a gonfiarsi, come non fa in
tempo neppure a formarsi e inserirsi in un contesto sociale nel quale mediarsi.
Viene differito e imprigionato in una dimensione fantasmatica senza ritorno – la
dimensione simulativa del digitale –, ove viene rimediato e risemantizzato
così velocemente e così continuamente che ne risulta il suo fattuale dissolvimento
sul piano reale.
Dissolvimento che non ne consente né la mediazione
sociale, né l’estirpazione sacrale.
Manca cioè la possibilità del fare etico e del fare sacro, del
sacrificio.
Ossia, se pur si volesse riaversi in un contatto
spirituale con l’assoluto, per orientarsi verso l’altro, verso l’oltre e verso
il mondo, sarebbe ormai impossibile.
Poiché non si può recidere, non si può estirpare un ego
fantasma.
Da questo processo dissolutivo
nessuno è salvo, sia chiaro.
Abbiamo barattato la realtà con l’illusione,
la verità con la simulazione, l’anima con il fantasma.
L’Homo Scemens è in ognuno di noi. In alcuni è meno definito, in
altri lo è di più; ma al netto di camminare in auto come automi leggendo il
cellulare agli incroci – stato degenerativo dello Scemens, il cui numero di incidentati quotidiani ci dà la misura di
quanto sia diffuso il nuovo ominide –, il paradosso di un ego fantasma, inestirpabile,
è qualcosa con cui abbiamo tutti da fare i conti.
in vino vanitas
