09/07/14

La trappola del poeta



Tutto è buio. Sono in fondo a un ipogeo.
Sono nella mia cassa di legno dipinto, stretta e adatta al mio corpo come una guaina.

Agli altri morti i familiari hanno portato frutti e focacce. 

A me scriba la pietosa reca gli strumenti dell′officio mio.

(Gabriele D'Annunzio, Notturno)

Vivere. Crescere. Farsi male e avere paura. Paura di cambiare e di lasciar andare parti morte di se stessi.
Sono le necessarie difficoltà in un processo evolutivo inesorabile quanto difficile da assecondare; le nostre più comuni paure, se non messe a fuoco e superate al momento opportuno, se da rispettosa cautela divengono immobilismo e giustificazioni all'immobilismo, possono far prosperare ogni sorta di deformità in noi. Va da sé che le deformità di cui si parla investano integralmente l'essere umano, ergo, a deformità spirituali (paranoie e fobie) vi saranno corrispettivi mentali (alibi e blocchi), nonché corporei (disturbi e malattie).
I tre livelli si sviluppano in maniera quasi emanativa, sia nel senso che da un problema (un impulso dell'anima, p. e.), livello dopo livello, se ne creano molteplici, sia nel senso che, in genere, è più comune prenderne atto a partire dal piano corporeo, più lento ad affermarsi, sintomo, cioè, di uno stato d'allerta giunto alla nostra attenzione quasi a mo' d'ultimatum.
Bisognerebbe ascoltare la propria anima, prima che il corpo ci urli i suoi messaggi. Sarebbe tutto più facile. Ma in vero, certe difficoltà sono relativamente funzionali, nonché il nostro corpo è il templio del nostro spirito e va profondamente rispettato. 
Un processo di crescita (ad lucem) deve necessariamente passare per prove e difficoltà (ex tenebris); è un dato di fatto, su questa terra ogni cosa vive in funzione del suo opposto, non c'è altro modo che esperire la realtà che non sia riconoscimento, integrazione e superamento degli opposti. Tali difficoltà, per quanto siano necessarie, impossibili da eludere – anzi, propriamente dialettiche –, saranno tanto gravi per quanto peso gli attribuiremo.

Potrebbe apparire triste, ma non tutti sono capaci o destinati a crescere (anche questo fa parte della dialettica dell'esistenza), sebbene tutti viviamo resistenze al cambiamento, al punto da passare, quasi sempre, per il mascherare i nostri limiti da pregi poetici, con estrema raffinatezza: la prima cosa che s'impara, la cosa più facile, è la vigliaccheria di chiamare i nostri limiti difetti. Per non cambiarli.
Là dove appariamo rigidi e ferrei, siamo deboli: la forza è fluidità.
Bisogna ritenersi fortunati (o audaci, che dir si voglia) se si riesce a vedere limpidamente i propri limiti, al punto di soffrirne. Quando li vediamo, solo allora, possiamo agire per cambiare e superarli.
Riuscirci - e già il sol tentare -, è una questione di destino.

Contrariamente a quanto si dice, i difetti non danno carattere, creano il personaggio, la simulazione di noi stessi, una terza persona (je est un autre), che non ha responsabilità e, pertanto, si bea di una finta libertà restando confinato nell'illusione, similmente a un ragno idiota intrappolato nella sua stessa ragnatela.
Ecco, il carattere è destino. Destino è scelta, scelta è azione, azione è cambiamento.
Un costante suicidio rituale per una costante rinascita spirituale.
Ma bisogna esser disposti a farsi smembrare negli Inferi, e prima ancora a entrarci, per ambire al diamante filosofale.
Al primo passo vi è, per tutti, una resistenza. E sebbene faccia molto male, non è nulla di eccezionale: è giusto il divario tra una persona comune e un uomo.

Comprendere l'assoluta ordinarietà dei propri limiti.
Essi non ci rendono speciali. Magari possono farci apparire fascinanti per chi ha limiti simili – non ci si  conosce che attraverso gli altri, in fin dei conti (e la linea tra l’essere l’un per l’altro slancio o palude, è sottilissima). Ma non è questo il vero problema (o meglio, non è questo il problema in oggetto). Il punto morto lo si incontra quando l’io diviene il nostro altro, in uno schiacciante narcisismo autoreferenziale. La gabbia è chiusa dall’interno, non ci sarà più nessuno capace di riaprirla dall'esterno. Questa è quella che considero la trappola del poeta. Ma potremmo delinearne tante altre, come la trappola del filosofo (l'esito del nichilismo di Cioran, ne è l'esempio calzante), la trappola dello psicologo (in genere, chi esorcizza i propri drammi sui drammi altrui, attraverso schemi illusori che partono dal fraintendere il dare col ricevere, l'aiutare l'altro con l'aiutare - cosa che poi non accade - se stesso, finendo in un precipizio di sviste).
Sono tutte maschere. Non è semplice evitare di caderci, nessuno è ben disposto a perdere la sicurezza della propria maschera. Ma nessuna maschera realmente utile può rimanerci attaccata in faccia a vita; la funzione di una maschera è proprio quella d’essere messa e dismessa, nonché cambiata: è un veicolo, guai a scambiarlo per un fine.

E poi c’è la seconda resistenza. Se la prima può durare un tempo indeterminato - si può stare vite intere nell'immobilità, nel giustificazionismo e nell'abbellimento sistematico dei propri limiti, passando di trappola in trappola, devastando persino le vite altrui, nell'ignorare la sacralità della propria -, la seconda resistenza ha una durata delimitata, ma tanto è breve quanto terribilmente insopportabile. È la resistenza a liberarsi dalle proprie scorie, e dura il tempo funzionale a mettere a fuoco da cosa ci si deve liberare. Nonostante questa sia la via rapida, l’inquietudine giunge a livelli necessariamente intollerabili.
La visione si chiarisce soltanto al culmine del dolore, dopo la resa, quando si accede a quelle forze interiori che sono al di là di noi stessi, che attendono, da sempre, in fondo all'abisso della potenza. L’altro vero, sconfinato e senza limiti.
Lì, dove non v'è fondo, soltanto lì ci si ritrova. Per continuare a cercare.

E si, tutto questo è solo un altro inizio.