Quanto segue è un estratto del mio primo testo filosofico in assoluto, risalente al 2001.
Avevo appena diciott’anni e
muovevo i primi passi negli studi di Filosofia. Come sarà evidente, Heidegger e
Nietzsche esercitavano allora una certa influenza sul mio modo di pensare.
A venticinque anni di distanza, ho
deciso di battere le prime tre di tredici paginette manoscritte. Le altre
dieci sarebbero un po’ pesanti... Magari un giorno
ne ricaverò un piccolo pamphlet o le includerò, debitamente riviste, in una
futura raccolta.

“Μισ-ανθρωπία”
Dell’ineguaglianza degli individui
La questione dell’eguaglianza o
dell’ineguaglianza degli uomini è sempre stata una dicotomia oggetto di
riflessione da parte dei filosofi. Tuttavia, l’ago della bilancia ha spesso
propeso verso una certa coscienza dell’eguaglianza degli uomini, prendendo gli
uomini come categoria d’insieme: per una sorta di principio di gregge sociale,
per una malfidata idea di sopravvivenza nella socialità, finendo così per
trascurare l’irriducibilità dell’essere-individuo di ognuno.
È purtroppo però un’astrazione
fallace interrogarsi sugli uomini come pluralità, poiché è l’individuo il luogo
concreto della domanda. Di conseguenza, ogni teoria dell'eguaglianza o
dell'ineguaglianza che prenda le mosse dalla pluralità assume come originario
ciò che è invece derivato. Prima degli uomini vi è l’uomo; prima della
collettività vi è l’individuo. È dunque l’individuo il luogo concreto della
domanda, poiché solo nella singolarità si manifesta l’essenza. Solo ricondotta
all’individuo la questione può stabilire se l’eguaglianza appartenga realmente
all’essere-uomo o se non sia, piuttosto, una categoria costruita dalla
necessità del vivere associato.
Anzitutto, occorre stabilire qual
è il modo per non errare nel porre la domanda.
La prima domanda che allora
dobbiamo porci è: che cos’è l’individuo? Ossia, che cos’è l’uomo nella sua
autentica essenza, in quanto monade indivisibile.
Seguendo il metodo greco di domandare,
che Heidegger individuò nel suo Was Ist Das Die Philosophie, sarà nostra
cura anzitutto non porre la domanda sull’oggetto del nostro interrogarci.
Questo porterebbe a non entrare nel problema, ma a girarci solo intorno guardandolo
dall’alto.
Ciò che invece andremo a fare sarà
porre il quesito dal di dentro
della questione.
Qui, però, apparentemente non
dovremmo incorrere nell’errore, poiché un individuo che si pone la domanda «che cos'è l’individuo?», già sta
domandando dal di dentro; anzi, è fin troppo dentro alla domanda filosofica par
excellence.
Essendo dunque ‘io’ un individuo,
ed essendo colui che pone il quesito, la domanda non può che ricadere anzitutto
su me stesso. La questione universale si manifesta così come questione
individuale. La nostra domanda diviene, in primo luogo, la mia domanda: chi sono io?
Anzitutto, io sono un uomo. Sono
la risultante di pulsioni, strutture prelogiche e assimilazione di esperienze
proprie all’essere uomo. Ma lo sono specificamente in quanto ente che si interroga
sul proprio essere, un ente capace di porre domande sulle strutture primordiali
ed essenziali del proprio essere uomo.
Ma cos’è questo essere-uomo?
Per rispondere sarà necessario
scomporre la domanda.
Anzitutto, cos’è l’essere?
L’essere è la struttura
primordiale dell’ente, ossia l’insieme delle possibilità costitutive date in un
ente.
In secondo luogo, allora, cos’è l’uomo?
A cercare un tratto unico che fa
dell’uomo ciò che è, qualcosa che in nessun altro ente si manifesta parimenti,
l’uomo è l’unico ente che siamo certi riesca, grazie alla propria struttura
logica autoriflessiva e autocognitiva, a interrogarsi sulla propria essenza.
Questo accade, anzitutto, poiché
la sua struttura spirituale viene elaborata attraverso l'organo del cervello, che altro non è se non un’ipertrofia benigna del cervelletto,
residuo di una smarrita animalità.
A dirla tutta, l’uomo
è l’unico essere che avverte la necessità di un tale domandare: una necessità
che appare, in fondo, aliena al semplice esistere. Mentre ogni altro vivente
coincide con il proprio vivere, l’uomo rompe tale coincidenza, si pone fuor da
sé stesso, ossia nega la coincidenza con la sua stessa vita, per poterla interrogare.
La sua essenza non consiste dunque
nell’immediatezza del vivere, ma nella distanza che riesce a porre tra sé e il
proprio vivere.
In questa originaria antinomia, in
questa predisposizione al negativo, in questa frattura costitutiva, l’essere
dell’ente-uomo è ciò che è.
Sorge allora una domanda più
radicale: l’essere dell’ente-uomo è?
La risposta è negativa, e lo è in
assoluto.
L’essere dell’uomo non è mai, ma è
sempre possibilità d’essere, indeterminata all’infinito nel negare costantemente
ciò che è, la qual cosa costituisce il presupposto della distanza ontologica
dell’essere uomo dall’uomo stesso.
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