20/07/26

LIBERTÀ O SICUREZZA? [Sul caso Roggero]

Ciò che Roggero ha compiuto rappresenta l’irruzione violenta della contraddizione sulla quale viviamo: la perdita al contempo della libertà e della sicurezza.

La svendita del diritto al lavoro, la precarietà e l’impossibilità di avere una casa alimentano il crollo demografico, cui i flussi migratori vengono opposti e agiti a compensazione, mentre la sorveglianza digitale e la virtualizzazione delle relazioni accrescono l’isolamento e la perdita di autonomia.
È questo il malessere socio-economico vissuto dalla più larga parte del popolo italiano – e, ovviamente, non soltanto da esso.

Roggero è lo sfogo purulento di un sistema collassato, il punto nel quale la pressione sociale – costantemente e abilmente rimossa da chi dovrebbe invece rimuoverne le cause – esplode in una forma irreparabile.

A chi liquida Roggero come un semplice omicida o un vendicatore occorrerebbe ricordare quanto sia fragile il giudizio pronunciato dalla comoda distanza del divano di casa propria. In condizioni analoghe, molti avrebbero potuto reagire allo stesso modo – forse anche peggio. È un attimo: nessuno può sapere che cosa farebbe nell’istante in cui confluiscono minaccia, umiliazione e rabbia.

Quanto a chi si sente investito di un’autorità divina e pronuncia sentenze sui ladri ammazzati, chiamandoli ‘feccia’ o con altri epiteti, dovrebbe considerare che anche costoro sono esiti del medesimo malessere sociale.

Si potrebbe obiettare che i ladri non agissero per disperazione, oppure che Roggero non fosse più vessato di tanti altri che, nelle stesse condizioni, non hanno ucciso nessuno. Sono obiezioni che lasciano intatta la questione: il malessere nel quale viviamo, sebbene non sia un alibi né una causa meccanica del crimine, è il terreno entro il quale la paura, la sopraffazione e la violenza diventano possibili.

Trovarsi da una parte o dall’altra della pistola – o dell’opinione – non muta ciò che sta a monte della tragedia: un sistema che accresce l’insicurezza, esaspera la competizione e lascia agli individui il compito di regolare conflitti che le istituzioni hanno smesso di governare.

Su una cosa però bisogna essere chiari: in una società civile, qualcuno deve pur rispondere di un omicidio.
Giustificarlo significherebbe ridursi alla barbarie.

Ma il vero colpevole non è Roggero.
È l’ordine politico-economico che ha prodotto le condizioni dell’ennesima tragedia e che dovrebbe rispondere della propria incapacità.

18/07/26

Le pietre prima degli dèi

I. Recensione a Guida all’Europa megalitica di Andrea Anselmo

Una pietra miliare: così salutai questo volume di notevole pregio appena mi giunse tra le mani. E la lettura ha pienamente confermato la mia prima impressione. Guida all’Europa megalitica di Andrea Anselmo (Passaggio al Bosco, 2026) è un libro meravigliosamente liminale: saggio denso e documentato, diario di viaggio attraversato da aneddoti peculiari e avvincenti, guida esperienziale – tutt’altro che turistica – e finanche pamphlet incendiario. Anselmo – saggista e traduttore già rinomato per valenti fatiche editoriali, nonché musicista fondatore di band culto nel panorama metal italico – approfitta infatti d’ogni occasione propizia per scoccare dardi contro l’inciviltà contemporanea o il cristianesimo deteriore. Attraverso questa sua tensione, la ricognizione archeologica acquista una funzione militante, che pone la sua ricerca in tutt’altra direzione dalla sterile musealizzazione.

A tal proposito, riporto subito una sua annotazione di particolare densità: «È tempo di recuperare una spazialità, una socialità alternativa e ‘autonoma’, con leggi proprie, non per scelta, ma per una Via obbligata che stoicamente seguiremo a testa alta, con lo stesso orgoglio con cui nei millenni orsono pochi seppero rifiutare il battesimo e ricevettero in cambio il patibolo».

Il richiamo a questa «Via obbligata» – che sento particolarmente vicina alla mia sensibilità – costituisce l’irruzione della ‘necessarietà destinale’, che si fa sempre più incandescente via via attraversando il lavoro di Anselmo.

Per comprendere a pieno la natura dell’opera va considerata anche la ricca bibliografia citata dall’autore, che muove dagli studi specialistici (Gaspani, Vinci, ecc.), storico-religiosi (Eliade, Ginzburg, ecc.) e si estende alla filosofia, alla metapolitica e all’esoterismo: da Guénon a Evola fino agli immancabili Nietzsche e Lovecraft, che sappiamo quanto siano cari all’Autore.

Va altresì precisato che tutte le fotografie raccolte nel pregevole volume – formato 22,5 × 22,5 cm, 222 pagine riccamente illustrate a colori e copertina cartonata – sono opera dello stesso Autore, che ha attraversato l’Europa con infaticabile perseveranza lungo un arco temporale superiore ai vent’anni; una ricerca che, risalendo alle prime epifanie megalitiche dell’infanzia, così come egli stesso racconta, giunge a sfiorare i quarant’anni.

Particolarmente pregnanti sono i saggi posti in apertura e in chiusura, nei quali la riflessione sulle ‘cratofanie’, le persistenze solstiziali e alcune costellazioni mitologematiche – la Montagna Sacra, i Tumuli e la Terra Cava – restituiscono ai megaliti la loro dimensione ancestrale ‘intempestiva’: topoi fuori dalla dimensione del tempo, ove la potenza più viva del mito prende corpo e forma proprio nella pietra, la materia che la vulgata da sempre considera ‘inanimata’.

Un paradosso che non sorprenderà chi comprende che il mistero è sotto il naso di chi ne ignora l’essenza.

Il cuore del volume, molto ben curato dall’editore, è un viaggio attraverso Dolmen, Cromlech e Menhir – ma non solo – disseminati in tutta Europa. Non mancano i più famosi e importanti siti megalitici (Stonehenge, Callanish, il Gigante di Abbas, ecc.), ma ancor più intriganti sono i siti meno conosciuti, come l’irlandese Knowth, così simile all’Antro della Sibilla Cumana, in una versione squadrata; il Tumulo di Re Kivik in Svezia, con le suggestive decorazioni nella camera centrale; oppure i siti di Ponte dei Santi in Sardegna dei quali Anselmo descrive «la grandiosità del petroglifo: un enorme sole raggiato con un grande nucleo centrale dal quale si snodano le diciotto ramificazioni», che legge come un Sole Nero ante litteram, antecedente le più conosciute rappresentazioni italiche e germaniche.

All’Italia è dedicata la terza parte del volume, la più estesa (pp. 95–178), nella quale l’Autore rileva persistenze megalitiche lungo l’intera Penisola. Pur se la maggior parte si concentra nel Nord, di notevole interesse appaiono i siti megalitici dell’Umbria, del Salento e, come già accennato, della Sardegna.

Tra le numerose schede dedicatevi, in questa parte trova spazio inoltre un cruciale capitolo sull’esaugurazione cristiana dei luoghi megalitici, tema di particolare importanza per Anselmo, il quale scrive: «nell’azione di cristianizzazione, i retaggi di culti precedenti venivano spesso demonizzati per varie ragioni, sia per avere un presupposto ideologico per combatterli, sia per creare un pretesto per scoraggiare i culti autoctoni».

Il libro, per quanto consistente, si lascia leggere tutto d’un fiato, sebbene reclami ritorni e per le tante suggestioni e per la necessità di approfondire la vasta materia trattata.

La scorrevolezza del racconto convive con la densità delle informazioni, mentre la ricchezza dell’apparato fotografico trasforma il volume in una guida da conservare e portare con sé.

Il volume procede ricostruendo una geografia megalitica dedicando le sue cinque parti in ordine a: Isole Britanniche, Penisola Iberica, Italia, Paesi Scandinavi e per finire a Bretannia, Normandia e Loira francese. Tutte le schede ivi contenute sono ricche di indicazioni preziose, quasi tutte con coordinate di geolocalizzazione e consigli concreti per raggiungere i siti archeologici, riconoscerli ed entrare in contatto con essi. A questa funzione propriamente orientativa si intrecciano, insieme alle rilevazioni archeoastronomiche, le leggende e i miti emersi dai numerosi viaggi e dagli studi dell’autore, che fanno di questa guida un unicum nel panorama editoriale italiano e non solo.

 

II. La polvere del destino.


Anche le pietre diverranno polvere.

È stato questo il pensiero che mi ha accompagnato durante l’intera lettura di quest'opera.

Perché, allora, siamo tanto attratti dai megaliti? Per quale ragione le pietre dovrebbero costituire manifestazioni inveranti di una rinnovata spiritualità? Che cosa hanno ancora da rivelarci?

Anselmo ne fa, a ragione, un tratto fondativo dell’Europa neolitica, tant’è che parla di «preistoria del mito». Dunque, forse è perché precedono persino gli dèi delle antiche religioni pagane, emergendo da una profondità temporale nella quale la dimensione mitica sembra addirittura antecedere le proprie narrazioni?

Si affaccia qui, a mio avviso, il pericolo – certo non per l'Autore, bensì per i lettori  di cadere in una sorta di supermonumentalismo storico, con una certa esalazione di suprematismo cronologico: l’anteriorità elevata a garanzia di autenticità.

In tale attrazione, infatti, si insinua il più incapacitante degli ostacoli: l’estetica del corroso, del degradato e del rovinato, ossia quella romantica e pericolante fascinazione per le rovine che tante vittime ha mietuto e continua ad attrarre schiere di inadatti nei propri fanghi inferi, che vi sprofondano credendo di cercare le schegge di una verità perduta. 

Tale rischio consiste, appunto, nello scambiare la patina residuale di una forma, ormai corrosa, con la presenza viva della potenza che la generò e che, invece, vi affiora ancora per lampi e in una maniera del tutto differente dalla sua origine.

Come ho più volte scritto, il mito può vivere eternamente soltanto mutando eternamente. Deve impiegare i materiali sincronici necessari alla fondazione della comunità che è chiamato a inverare. I materiali diacronici – soprattutto quelli provenienti da un passato tanto remoto da apparire assoluto – diventano, quando sono assunti senza disciplina, la peggiore trappola per i ‘non addetti’.

Innamorarsi dell’estetica delle rovine, ossia della patina corrosiva del tempo, costituisce uno dei principali fallimenti spirituali di chi si incammina lungo la Via  qualunque essa sia  senza comprendere che la tradizione è sempre ‘tradimento’ delle forme.

Proprio su questo crinale il libro di Anselmo mostra la propria forza. La «sensibilità megalitica» sviluppata dall’autore attraverso la sua infaticabile ricerca – dichiaratamente ancora aperta –, gli consente di comprendere la funzione spirituale e destinale delle rovine. Lo afferma in un cruciale passo posto quasi a conclusione: «l’esplorazione megalitica per essere davvero completa comporta un qualche grado di sensibilità e di capacità appercettiva».

Si concentra qui, a mio avviso, il mistero della comprensione: riconoscere la funzione delle permanenze diacroniche nell’ordine – o nel disordine, se preferite – sincronico del nostro tempo.

Le dense pagine del volume mostrano, per esempio, che il cielo osservato dai costruttori dei megaliti coincide solo in parte con il nostro: la precessione dell’asse terrestre sposta nei millenni i poli celesti e le coordinate apparenti degli astri; la variazione dell’obliquità e il moto proprio delle stelle modificano ulteriormente il quadro. I megaliti registrano dunque un rapporto con un cosmo mobile, i cui ritmi eccedono la durata delle civiltà e chiedono a ogni epoca una nuova decifrazione.

Ed è questo che stanno ancora chiedendo a noi.

Pur nel loro visibile deperimento, questi monumenti continuano ancora, hic et nunc, a mormorarci ciò che occorre recuperare prima che sia troppo tardi – prima, cioè, che divengano polvere.

Inesorabile verrà il tempo in cui la loro testimonianza cesserà. Eppure, proprio perché giunta alla soglia della sparizione, a mio avviso essa acquista oggi una potenza persino maggiore di quella posseduta nei millenni addietro. In questo senso, l’opera esecrabile del cristianesimo e la mancata musealizzazione dei siti – mi permetto di dirlo anche contro alcune pur giuste lamentele di Anselmo: per fortuna! – hanno svolto una funzione dialettica fondamentale, intensificando enormemente la potenza delle cratofanie delle quali oggi siamo partecipi.

Poiché è proprio attraverso l’azione rovinosa della damnatio memoriae che le sacre pietre ci sono state consegnate: esse giungono a noi in un momento cruciale del nostro destino, nella loro forma ‘estrema’, a bisbigliarci il proprio mistero con l’ultimo residuo di vitalità mitopoietica.

Chi comprende i misteri sa che, più della voce, più dell’urlo, più del canto (galdr), è il sussurro (rún) a essere la più risonante evocazione dei segreti ancestrali.

Giunti al loro stadio terminale, dunque, dobbiamo chiederci che cosa i megaliti ci stiano sussurrando di così essenziale per la nostra esistenza.

Con voce sempre più flebile, essi ci trasmettono una modalità sacra di stare al mondo: con le radici piantate profondamente nella terra e lo sguardo rivolto alle stelle.

Ed è questa modalità che dovrà rifondarci. Rifondare pochi, certo, poiché la stessa natura ‘iniziatica’ della materia sgombra il campo da ogni possibilità di largo accesso. Il tempo delle vaste civiltà europee sembra ormai alle nostre spalle, e occorre prenderne atto. Proprio per questo bisogna innalzare nuove pietre ed edificare nuove forme, capaci di intercettare le potenze eterne – ed eternamente cangianti – che si manifestano nel cosmo e in noi stessi.

Orbene, la lezione più profonda di questa straordinaria guida forse sta proprio nel suo testimoniare che i megaliti appartengono tanto al nostro passato quanto al nostro futuro, poiché ci sussurrano il nostro destino e ci ricordano che una civiltà esiste davvero soltanto quando sa farsi tramite fra il suo tempo e l’eternità. 

05/07/26

MISANTROPIA (2001)

Quanto segue è un estratto del mio primo testo filosofico in assoluto, risalente al 2001.

Avevo appena diciottanni e muovevo i primi passi negli studi di Filosofia. Come sarà evidente, Heidegger e Nietzsche esercitavano allora una certa influenza sul mio modo di pensare.

A venticinque anni di distanza, ho deciso di battere le prime tre di tredici paginette manoscritte. Le altre dieci sarebbero un po’ pesanti... Magari un giorno ne ricaverò un piccolo pamphlet o le includerò, debitamente riviste, in una futura raccolta.

 


“Μισ-ανθρωπία”

Dell’ineguaglianza degli individui

La questione dell’eguaglianza o dell’ineguaglianza degli uomini è sempre stata una dicotomia oggetto di riflessione da parte dei filosofi. Tuttavia, l’ago della bilancia ha spesso propeso verso una certa coscienza dell’eguaglianza degli uomini, prendendo gli uomini come categoria d’insieme: per una sorta di principio di gregge sociale, per una malfidata idea di sopravvivenza nella socialità, finendo così per trascurare l’irriducibilità dell’essere-individuo di ognuno.

È purtroppo però un’astrazione fallace interrogarsi sugli uomini come pluralità, poiché è l’individuo il luogo concreto della domanda. Di conseguenza, ogni teoria dell'eguaglianza o dell'ineguaglianza che prenda le mosse dalla pluralità assume come originario ciò che è invece derivato. Prima degli uomini vi è l’uomo; prima della collettività vi è l’individuo. È dunque l’individuo il luogo concreto della domanda, poiché solo nella singolarità si manifesta l’essenza. Solo ricondotta all’individuo la questione può stabilire se l’eguaglianza appartenga realmente all’essere-uomo o se non sia, piuttosto, una categoria costruita dalla necessità del vivere associato.

Anzitutto, occorre stabilire qual è il modo per non errare nel porre la domanda.

La prima domanda che allora dobbiamo porci è: che cos’è l’individuo? Ossia, che cos’è l’uomo nella sua autentica essenza, in quanto monade indivisibile.

Seguendo il metodo greco di domandare, che Heidegger individuò nel suo Was Ist Das Die Philosophie, sarà nostra cura anzitutto non porre la domanda sull’oggetto del nostro interrogarci. Questo porterebbe a non entrare nel problema, ma a girarci solo intorno guardandolo dall’alto.

Ciò che invece andremo a fare sarà porre il quesito dal di dentro della questione.

Qui, però, apparentemente non dovremmo incorrere nell’errore, poiché un individuo che si pone la domanda «che cos'è l’individuo?», già sta domandando dal di dentro; anzi, è fin troppo dentro alla domanda filosofica par excellence.

Essendo dunque ‘io’ un individuo, ed essendo colui che pone il quesito, la domanda non può che ricadere anzitutto su me stesso. La questione universale si manifesta così come questione individuale. La nostra domanda diviene, in primo luogo, la mia domanda: chi sono io?

Anzitutto, io sono un uomo. Sono la risultante di pulsioni, strutture prelogiche e assimilazione di esperienze proprie all’essere uomo. Ma lo sono specificamente in quanto ente che si interroga sul proprio essere, un ente capace di porre domande sulle strutture primordiali ed essenziali del proprio essere uomo.

Ma cos’è questo essere-uomo?

Per rispondere sarà necessario scomporre la domanda.

Anzitutto, cos’è l’essere?

L’essere è la struttura primordiale dell’ente, ossia l’insieme delle possibilità costitutive date in un ente.

In secondo luogo, allora, cos’è l’uomo?

A cercare un tratto unico che fa dell’uomo ciò che è, qualcosa che in nessun altro ente si manifesta parimenti, l’uomo è l’unico ente che siamo certi riesca, grazie alla propria struttura logica autoriflessiva e autocognitiva, a interrogarsi sulla propria essenza.

Questo accade, anzitutto, poiché la sua struttura spirituale viene elaborata attraverso l'organo del cervello, che altro non è se non un’ipertrofia benigna del cervelletto, residuo di una smarrita animalità.

A dirla tutta, l’uomo è l’unico essere che avverte la necessità di un tale domandare: una necessità che appare, in fondo, aliena al semplice esistere. Mentre ogni altro vivente coincide con il proprio vivere, l’uomo rompe tale coincidenza, si pone fuor da sé stesso, ossia nega la coincidenza con la sua stessa vita, per poterla interrogare.

La sua essenza non consiste dunque nell’immediatezza del vivere, ma nella distanza che riesce a porre tra sé e il proprio vivere.

In questa originaria antinomia, in questa predisposizione al negativo, in questa frattura costitutiva, l’essere dell’ente-uomo è ciò che è.

Sorge allora una domanda più radicale: l’essere dell’ente-uomo è?

La risposta è negativa, e lo è in assoluto.

L’essere dell’uomo non è mai, ma è sempre possibilità d’essere, indeterminata all’infinito nel negare costantemente ciò che è, la qual cosa costituisce il presupposto della distanza ontologica dell’essere uomo dall’uomo stesso.


[...]




04/07/26

PACE VIRALE


Angela Nikolau e Ivan Kuznetsov, noto come Ivan Beerkus, hanno aggirato le misure di sicurezza dell’Empire State Building e sono riusciti ad arrivare fino alla guglia-antenna dell’iconico grattacielo newyorkese. Lì, sospesi nel vuoto sopra la Grande Mela, hanno esposto un’enorme bandiera con la scritta:

When the power of love beats the love of power, the world knows peace.

A completare l’operazione, una proposta di matrimonio in quota, che ha trasformato l’impresa in una perfetta sequenza narrativa: rischio, trasgressione, messaggio universale, amore privato, spettacolo pubblico, viralità globale.

Del resto, non parliamo di due idealisti travolti da un impeto romantico, ma di due professionisti della sovraesposizione mediatica. Secondo il Times, i due extreme influencer raggiungono insieme circa 1,5 milioni di follower, già celebri come rooftopper nel documentario Netflix Skywalkers: A Love Story, costruito proprio intorno alla loro relazione e alle loro scalate illegali su grattacieli, gru e strutture altissime.

Piccola nota sul messaggio lanciato al mondo: la frase è stata presentata dai media come attribuita a Jimi Hendrix, ma la sua origine resta incerta. Più probabilmente appartiene alla nebulosa delle fake-quote webeti: formule melense, facili da condividere, perfette per diventare virali proprio perché a nessuno interessa davvero verificarne la provenienza.

Figurarsi se interessa a noi. Ciò che in questo fenomeno ci riguarda è ben altro.

Il messaggio è stato ripreso in diretta dai canali televisivi statunitensi, con gli elicotteri in volo sulla metropoli a trasformare l’impresa in spettacolo globale. Viene allora da chiedersi: è davvero un messaggio di pace e di amore qualcosa concepito per la viralità? È davvero pace quella che ha bisogno di violare uno spazio, esporsi al pericolo, mobilitare sicurezza, media, elicotteri, telecamere e pubblico planetario?

E soprattutto: che cosa resta dell’intimità quando perfino una proposta di matrimonio viene sbandierata sulla cima di un grattacielo?

Altro che pace. Altro che amore.

Siamo dinanzi alla perfetta liturgia del nostro tempo degenerato. L’amore al tempo dei social media diventa l’ennesimo prodotto ad alta intensità emotiva: teatralizzato, esposto, tecnicamente pornografico, poiché strappa l’intimo al suo luogo proprio e lo consegna integralmente allo sguardo pubblico, per ragioni di capitalizzazione mediale e dunque mercantile.

Un porno ad alta quota, probabilmente, sarebbe stato meno pornografico.

[Meme riportante un détournement in forma di haiku di Gianfranco Marziano]


D’altra parte, la pornografia aliena il sesso perché lo ricaccia fuori dalla sua natura intima e lo mette in mostra in maniera esagerata ed esageratamente visiva, accentuandone i tratti in maniera innaturale.

Riducendo l'intimità alla logica della prestazione visibile a tutti, il piacere non conta più come esperienza vissuta, ma come rappresentazione osservabile, che deve apparire (in)credibile, efficace e consumabile – tutto il delirio della beauty surgery nasce in TV e si ipertrofizza col porno.

Nell’epoca post-pornografica, i soggetti non abitano più l’atto sessuale nella sua intimità: si guardano mentre lo compiono, misurandolo secondo uno sguardo alienato. Diventano cioè spettatori di sé stessi, presenze terze scollate dalla propria interiorità.

Lo stesso accade, nel caso in oggetto, con l’amore e con la pace.

L’amore in quanto tale è dedizione all’altro, è custodia dell’altro. Qui invece accade l’opposto: l’amore viene sovraccaricato di adrenalina, innalzato sulla scena estrema, trasformato in slogan e consegnato allo sguardo anonimo della moltitudine.

Stessa cosa vale per il presunto messaggio pacifista. Ciò che dovrebbe sottrarsi alla logica della prestazione viene rimacinato nel tritatutto dell’engagement. Una pace prestazionale svilisce la pace autentica, sostituendo l’esperienza della pace con la sua rappresentazione, la presenza silenziosa con la posa rumorosa del clamore.

Al netto di quanto possa essere pericoloso l’esempio dei due influencer – ho già scritto del problema e delle numerosissime fatalità legate ai processi emulativi social, dalle death challenge all’ossessione dilagante per gli extreme selfie –, qui il punto è proprio l’orribile metafora dell’arrivismo, il social climbing elevato a messaggio morale.

La performance svuota la pace del suo senso originario, la scarica d’ogni potenzialità di pacificare.

È questo, in definitiva, il tratto più inquietante: una civiltà in cui anche l’amore e la pace vengono espulsi dal regime di senso che sarebbe loro connaturato e consegnati al regime della viralità.

Dunque, giunti a questo punto di non ritorno, in che modo potremmo mai ricondurre la pace alla sua natura?

Verrebbe da azzardare una sola paradossale risposta.

Guerra igiene del mondo contro questa pace virale.




01/07/26

CAVALCARE IL DELIRIO

Diagnosi della psicosi woke per disertare la democratura conformista.



 

Sabato 26 settembre interverrò all’ACCADEMIA GENERALE di Passaggio al Bosco ets, ospitata a Giugliano in Campania nella tenuta Fondo Italia, bene sottratto alla criminalità organizzata e affidato al Centro Sportivo Nazionale Fiamma.

Tra gli altri valenti relatori, segnalo la presenza di Alberto Brandi, Tony Fabrizio e l’editore Marco Scatarzi.

 

Proverò ad analizzare la psicosi dell’attuale democratura, dai dispositivi del ‘politicamente corretto’ alle macchinazioni delle lobby che monopolizzano il consenso.

Proverò a mostrare il processo di cattura del neoliberismo, entro il quale ogni diversità finisce neutralizzata e trasformata in prodotto.

Ma, soprattutto, proverò a fornire una metodologia di lettura meta-estetica, per riconoscere anche le tracce più nascoste del delirio in atto, che dilaga ben oltre il progressismo e coinvolge chiunque viva nell’epoca del neoliberismo.

Sarà un’analisi finalizzata a fornire strumenti concreti per leggere le derive del presente al fine di disertare la griglia della democratura conformista.

 

Avvertenze: Intervento senza anestesia.

Sconsigliato ad asteriscati, arcobalenati e normo-conformati affini.

Accesso gratuito agli irriducibili.

Obbligo di iscrizione tramite form: https://forms.gle/rYb4m3sR4sCSvfxm6


ACCADEMIA GENERALE di Passaggio al Bosco ets

🕓 Sabato 26 settembre, inizio lavori ore 15

📍 FONDO ITALIA, viale dei Pini Nord, 63, Giugliano in Campania