Sono il
versipelle assiso sul dirupo.
Solitario,
mentr’il cupo rapace
spiega al
vento l’ali.
La luna ha
il mio colore
ma intorno agl’occhi miei e le orecchie
una cinta
d’oro fa splendere il sole.
Punto oltre,
senza direzione.
Dopo di me, sgomento
e terrore.
Prima di me,
smarrimento.
In me, caccia
senza posa.
Ogn’altra
via è una maledizione.
Ogni
direzione è una maledizione.
Son la belva
del precipizio
tra
l’entusiasmo e il nulla, l’inizio.
La notte ha
i miei occhi.
Saturno e
Marte li chiamano i maghi.
Per gli
spirti dei morti essi son fari
per riconoscersi
nel labirinto del mio cuore.
Impassibile
e distaccato, se ferito spietato.
Naufrago tra
due mondi.
La forza,
assoluta e feroce.
L’intensità,
senza un attimo di pace.
L’amore e la
distruttività
e l’un per
l’altro e senza soluzione.
La melanconia
è il mio ululato.
L’ineluttabilità il mio latrato.
Né un dio,
né un demone, né la luce,
né la notte
e neppure insieme
possono tenermi
in catene.
E nemmeno io,
non posso.
Sono il
versipelle, il licantropo, l’escluso.
Sono il
mostro, il temuto, il disprezzato.
Sono
l’incomodo che va rifuggito.
Sono il
disorientato e l’illuminato.
Sono l’assassino
che va carezzato.
Sono
l’irredimibile, l’insostenibile.
Il
condannato.
Sono il
devastatore nonché il devastato.
Sono il panico,
l’origine, il sacrificio.
Sono il
selvaggio istinto sfrenato.
[V. N.]