04/07/26

PACE VIRALE


Angela Nikolau e Ivan Kuznetsov, noto come Ivan Beerkus, hanno aggirato le misure di sicurezza dell’Empire State Building e sono riusciti ad arrivare fino alla guglia-antenna dell’iconico grattacielo newyorkese. Lì, sospesi nel vuoto sopra la Grande Mela, hanno esposto un’enorme bandiera con la scritta:

When the power of love beats the love of power, the world knows peace.

A completare l’operazione, una proposta di matrimonio in quota, che ha trasformato l’impresa in una perfetta sequenza narrativa: rischio, trasgressione, messaggio universale, amore privato, spettacolo pubblico, viralità globale.

Del resto, non parliamo di due idealisti travolti da un impeto romantico, ma di due professionisti della sovraesposizione mediatica. Secondo il Times, i due extreme influencer raggiungono insieme circa 1,5 milioni di follower, già celebri come rooftopper nel documentario Netflix Skywalkers: A Love Story, costruito proprio intorno alla loro relazione e alle loro scalate illegali su grattacieli, gru e strutture altissime.

Piccola nota sul messaggio lanciato al mondo: la frase è stata presentata dai media come attribuita a Jimi Hendrix, ma la sua origine resta incerta. Più probabilmente appartiene alla nebulosa delle fake-quote webeti: formule melense, facili da condividere, perfette per diventare virali proprio perché a nessuno interessa davvero verificarne la provenienza.

Figurarsi se interessa a noi. Ciò che in questo fenomeno ci riguarda è ben altro.

Il messaggio è stato ripreso in diretta dai canali televisivi statunitensi, con gli elicotteri in volo sulla metropoli a trasformare l’impresa in spettacolo globale. Viene allora da chiedersi: è davvero un messaggio di pace e di amore qualcosa concepito per la viralità? È davvero pace quella che ha bisogno di violare uno spazio, esporsi al pericolo, mobilitare sicurezza, media, elicotteri, telecamere e pubblico planetario?

E soprattutto: che cosa resta dell’intimità quando perfino una proposta di matrimonio viene sbandierata sulla cima di un grattacielo?

Altro che pace. Altro che amore.

Siamo dinanzi alla perfetta liturgia del nostro tempo degenerato. L’amore al tempo dei social media diventa l’ennesimo prodotto ad alta intensità emotiva: teatralizzato, esposto, tecnicamente pornografico, poiché strappa l’intimo al suo luogo proprio e lo consegna integralmente allo sguardo pubblico, per ragioni di capitalizzazione mediale e dunque mercantile.

Un porno ad alta quota, probabilmente, sarebbe stato meno pornografico.

[Meme riportante un détournement in forma di haiku di Gianfranco Marziano]


D’altra parte, la pornografia aliena il sesso perché lo ricaccia fuori dalla sua natura intima e lo mette in mostra in maniera esagerata ed esageratamente visiva, accentuandone i tratti in maniera innaturale.

Riducendo l'intimità alla logica della prestazione visibile a tutti, il piacere non conta più come esperienza vissuta, ma come rappresentazione osservabile, che deve apparire (in)credibile, efficace e consumabile – tutto il delirio della beauty surgery nasce in TV e si ipertrofizza col porno.

Nell’epoca post-pornografica, i soggetti non abitano più l’atto sessuale nella sua intimità: si guardano mentre lo compiono, misurandolo secondo uno sguardo alienato. Diventano cioè spettatori di sé stessi, presenze terze scollate dalla propria interiorità.

Lo stesso accade, nel caso in oggetto, con l’amore e con la pace.

L’amore in quanto tale è dedizione all’altro, è custodia dell’altro. Qui invece accade l’opposto: l’amore viene sovraccaricato di adrenalina, innalzato sulla scena estrema, trasformato in slogan e consegnato allo sguardo anonimo della moltitudine.

Stessa cosa vale per il presunto messaggio pacifista. Ciò che dovrebbe sottrarsi alla logica della prestazione viene rimacinato nel tritatutto dell’engagement. Una pace prestazionale svilisce la pace autentica, sostituendo l’esperienza della pace con la sua rappresentazione, la presenza silenziosa con la posa rumorosa del clamore.

Al netto di quanto possa essere pericoloso l’esempio dei due influencer – ho già scritto del problema e delle numerosissime fatalità legate ai processi emulativi social, dalle death challenge all’ossessione dilagante per gli extreme selfie –, qui il punto è proprio l’orribile metafora dell’arrivismo, il social climbing elevato a messaggio morale.

La performance svuota la pace del suo senso originario, la scarica d’ogni potenzialità di pacificare.

È questo, in definitiva, il tratto più inquietante: una civiltà in cui anche l’amore e la pace vengono espulsi dal regime di senso che sarebbe loro connaturato e consegnati al regime della viralità.

Dunque, giunti a questo punto di non ritorno, in che modo potremmo mai ricondurre la pace alla sua natura?

Verrebbe da azzardare una sola paradossale risposta.

Guerra igiene del mondo contro questa pace virale.




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Critica radicale dei media e della società dei consumi.
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