I. Recensione a Guida all’Europa megalitica di Andrea Anselmo
Una pietra miliare: così salutai questo volume di notevole pregio appena mi giunse tra le mani. E la lettura ha pienamente confermato la mia prima impressione. Guida all’Europa megalitica di Andrea Anselmo (Passaggio al Bosco, 2026) è un libro meravigliosamente liminale: saggio denso e documentato, diario di viaggio attraversato da aneddoti peculiari e avvincenti, guida esperienziale – tutt’altro che turistica – e finanche pamphlet incendiario. Anselmo – saggista e traduttore già rinomato per valenti fatiche editoriali, nonché musicista fondatore di band culto nel panorama metal italico – approfitta infatti d’ogni occasione propizia per scoccare dardi contro l’inciviltà contemporanea o il cristianesimo deteriore. Attraverso questa sua tensione, la ricognizione archeologica acquista una funzione militante, che pone la sua ricerca in tutt’altra direzione dalla sterile musealizzazione.
A tal proposito, riporto subito
una sua annotazione di particolare densità: «È tempo di recuperare una
spazialità, una socialità alternativa e ‘autonoma’, con leggi proprie, non per
scelta, ma per una Via obbligata che stoicamente seguiremo a testa alta, con lo
stesso orgoglio con cui nei millenni orsono pochi seppero rifiutare il
battesimo e ricevettero in cambio il patibolo».
Il richiamo a questa «Via
obbligata» – che sento particolarmente vicina alla mia sensibilità – costituisce
l’irruzione della ‘necessarietà destinale’, che si fa sempre più incandescente
via via attraversando il lavoro di Anselmo.
Per comprendere a pieno la
natura dell’opera va considerata anche la ricca bibliografia citata
dall’autore, che muove dagli studi specialistici (Gaspani, Vinci, ecc.),
storico-religiosi (Eliade, Ginzburg, ecc.) e si estende alla filosofia, alla
metapolitica e all’esoterismo: da Guénon a Evola fino agli immancabili
Nietzsche e Lovecraft, che sappiamo quanto siano cari all’Autore.
Va altresì precisato che tutte le
fotografie raccolte nel pregevole volume – formato 22,5 × 22,5 cm, 222 pagine
riccamente illustrate a colori e copertina cartonata – sono opera dello stesso
Autore, che ha attraversato l’Europa con infaticabile perseveranza lungo un
arco temporale superiore ai vent’anni; una ricerca che, risalendo alle prime
epifanie megalitiche dell’infanzia, così come egli stesso racconta, giunge a
sfiorare i quarant’anni.
Particolarmente pregnanti sono i saggi
posti in apertura e in chiusura, nei quali la riflessione sulle ‘cratofanie’,
le persistenze solstiziali e alcune costellazioni mitologematiche – la Montagna
Sacra, i Tumuli e la Terra Cava – restituiscono ai megaliti la loro dimensione
ancestrale ‘intempestiva’: topoi
fuori dalla dimensione del tempo, ove la potenza più viva del mito prende corpo
e forma proprio nella pietra, la materia che la vulgata da sempre considera
‘inanimata’.
Un paradosso che non
sorprenderà chi comprende che il mistero è sotto il naso di chi ne ignora
l’essenza.
Il cuore del volume, molto ben
curato dall’editore, è un viaggio attraverso Dolmen, Cromlech e Menhir – ma non solo – disseminati in
tutta Europa. Non mancano i più famosi e importanti siti megalitici (Stonehenge,
Callanish, il Gigante di Abbas, ecc.), ma ancor più intriganti
sono i siti meno conosciuti, come l’irlandese Knowth, così simile all’Antro
della Sibilla Cumana, in una versione squadrata; il Tumulo di Re Kivik in Svezia, con le suggestive decorazioni nella
camera centrale; oppure i siti di Ponte dei Santi in Sardegna dei quali Anselmo
descrive «la grandiosità del petroglifo: un enorme sole raggiato con un grande
nucleo centrale dal quale si snodano le diciotto ramificazioni», che legge come
un Sole Nero ante litteram,
antecedente le più conosciute rappresentazioni italiche e germaniche.
All’Italia è dedicata la terza
parte del volume, la più estesa (pp. 95–178), nella quale l’Autore rileva
persistenze megalitiche lungo l’intera Penisola. Pur se la maggior parte si
concentra nel Nord, di notevole interesse appaiono i siti megalitici
dell’Umbria, del Salento e, come già accennato, della Sardegna.
Tra le numerose schede dedicatevi,
in questa parte trova spazio inoltre un cruciale capitolo sull’esaugurazione
cristiana dei luoghi megalitici, tema di particolare importanza per Anselmo, il
quale scrive: «nell’azione di cristianizzazione, i retaggi di culti precedenti
venivano spesso demonizzati per varie ragioni, sia per avere un presupposto
ideologico per combatterli, sia per creare un pretesto per scoraggiare i culti
autoctoni».
Il libro, per quanto
consistente, si lascia leggere tutto d’un fiato, sebbene reclami ritorni e per
le tante suggestioni e per la necessità di approfondire la vasta materia
trattata.
La scorrevolezza del racconto
convive con la densità delle informazioni, mentre la ricchezza dell’apparato
fotografico trasforma il volume in una guida da conservare e portare con sé.
Il volume procede ricostruendo
una geografia megalitica dedicando le sue cinque parti in ordine a: Isole
Britanniche, Penisola Iberica, Italia, Paesi Scandinavi e per finire a
Bretannia, Normandia e Loira francese. Tutte le schede ivi contenute sono ricche
di indicazioni preziose, quasi tutte con coordinate di geolocalizzazione e
consigli concreti per raggiungere i siti archeologici, riconoscerli ed entrare
in contatto con essi. A questa funzione propriamente orientativa si intrecciano,
insieme alle rilevazioni archeoastronomiche, le leggende e i miti emersi dai
numerosi viaggi e dagli studi dell’autore, che fanno di questa guida un unicum
nel panorama editoriale italiano e non solo.
II. La polvere del destino.
È stato questo il pensiero che mi
ha accompagnato durante l’intera lettura di quest'opera.
Perché, allora, siamo tanto
attratti dai megaliti? Per quale ragione le pietre dovrebbero costituire manifestazioni
inveranti di una rinnovata spiritualità? Che cosa hanno ancora da rivelarci?
Anselmo ne fa, a ragione, un
tratto fondativo dell’Europa neolitica, tant’è che parla di «preistoria del
mito». Dunque, forse è perché precedono persino gli dèi delle antiche religioni
pagane, emergendo da una profondità temporale nella quale la dimensione mitica
sembra addirittura antecedere le proprie narrazioni?
Si affaccia qui, a mio avviso, il pericolo – certo non per l'Autore, bensì per i lettori – di cadere in una sorta di supermonumentalismo storico, con una certa esalazione di suprematismo cronologico: l’anteriorità elevata a garanzia di autenticità.
In tale attrazione, infatti, si insinua il più incapacitante degli ostacoli: l’estetica del corroso, del degradato e del rovinato, ossia quella romantica e pericolante fascinazione per le rovine che tante vittime ha mietuto e continua ad attrarre schiere di inadatti nei propri fanghi inferi, che vi sprofondano credendo di cercare le schegge di una verità perduta.
Tale rischio consiste, appunto, nello
scambiare la patina residuale di una forma, ormai corrosa, con la presenza viva
della potenza che la generò e che, invece, vi affiora ancora per lampi e in una maniera del tutto differente dalla sua origine.
Come ho più volte scritto, il
mito può vivere eternamente soltanto mutando eternamente. Deve impiegare i
materiali sincronici necessari alla fondazione della comunità che è chiamato a
inverare. I materiali diacronici – soprattutto quelli provenienti da un passato
tanto remoto da apparire assoluto – diventano, quando sono assunti senza
disciplina, la peggiore trappola per i ‘non addetti’.
Innamorarsi dell’estetica delle rovine, ossia della patina corrosiva del tempo, costituisce uno dei principali fallimenti spirituali di chi si incammina lungo la Via – qualunque essa sia – senza comprendere che la tradizione è sempre ‘tradimento’ delle forme.
Proprio su questo crinale il
libro di Anselmo mostra la propria forza. La «sensibilità megalitica»
sviluppata dall’autore attraverso la sua infaticabile ricerca – dichiaratamente
ancora aperta –, gli consente di comprendere la funzione spirituale e destinale
delle rovine. Lo afferma in un cruciale passo posto quasi a conclusione:
«l’esplorazione megalitica per essere davvero completa comporta un qualche
grado di sensibilità e di capacità appercettiva».
Si concentra qui, a mio avviso,
il mistero della comprensione: riconoscere la funzione delle permanenze
diacroniche nell’ordine – o nel disordine, se preferite – sincronico del nostro
tempo.
Le dense pagine del volume
mostrano, per esempio, che il cielo osservato dai costruttori dei megaliti
coincide solo in parte con il nostro: la precessione dell’asse terrestre sposta nei millenni i poli celesti e le coordinate
apparenti degli astri; la variazione dell’obliquità e il moto proprio delle
stelle modificano ulteriormente il quadro. I megaliti registrano dunque un
rapporto con un cosmo mobile, i cui ritmi eccedono la durata delle civiltà e
chiedono a ogni epoca una nuova decifrazione.
Ed è questo che stanno ancora
chiedendo a noi.
Pur nel loro visibile
deperimento, questi monumenti continuano ancora, hic et nunc, a mormorarci ciò che occorre recuperare prima che sia
troppo tardi – prima, cioè, che divengano polvere.
Inesorabile verrà il
tempo in cui la loro testimonianza cesserà. Eppure, proprio perché giunta alla
soglia della sparizione, a mio avviso essa acquista oggi una potenza persino
maggiore di quella posseduta nei millenni addietro. In questo senso, l’opera esecrabile del cristianesimo e la mancata musealizzazione dei siti – mi
permetto di dirlo anche contro alcune pur giuste lamentele di Anselmo: per
fortuna! – hanno svolto una funzione dialettica fondamentale, intensificando
enormemente la potenza delle cratofanie delle quali oggi siamo partecipi.
Poiché è proprio attraverso
l’azione rovinosa della damnatio memoriae che le sacre pietre ci sono
state consegnate: esse giungono a noi in un momento cruciale del nostro destino, nella loro forma ‘estrema’, a bisbigliarci il proprio mistero con l’ultimo
residuo di vitalità mitopoietica.
Chi comprende i misteri sa che,
più della voce, più dell’urlo, più del canto (galdr), è il sussurro (rún)
a essere la più risonante evocazione dei segreti ancestrali.
Giunti al loro stadio
terminale, dunque, dobbiamo chiederci che cosa i megaliti ci stiano sussurrando
di così essenziale per la nostra esistenza.
Con voce sempre più flebile,
essi ci trasmettono una modalità sacra di stare al mondo: con le radici
piantate profondamente nella terra e lo sguardo rivolto alle stelle.
Ed è questa modalità che dovrà
rifondarci. Rifondare pochi, certo, poiché la stessa natura ‘iniziatica’ della materia sgombra il campo da ogni possibilità di largo accesso. Il tempo delle vaste civiltà
europee sembra ormai alle nostre spalle, e occorre prenderne atto. Proprio per
questo bisogna innalzare nuove pietre ed edificare nuove forme, capaci di
intercettare le potenze eterne – ed eternamente cangianti – che si manifestano
nel cosmo e in noi stessi.
Orbene, la lezione più profonda di questa straordinaria guida forse sta proprio nel suo testimoniare che i megaliti appartengono tanto al nostro passato quanto al nostro futuro, poiché ci sussurrano il nostro destino e ci ricordano che una civiltà esiste davvero soltanto quando sa farsi tramite fra il suo tempo e l’eternità.


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