18/07/26

Le pietre prima degli dèi

I. Recensione a Guida all’Europa megalitica di Andrea Anselmo

Una pietra miliare: così salutai questo volume di notevole pregio appena mi giunse tra le mani. E la lettura ha pienamente confermato la mia prima impressione. Guida all’Europa megalitica di Andrea Anselmo (Passaggio al Bosco, 2026) è un libro meravigliosamente liminale: saggio denso e documentato, diario di viaggio attraversato da aneddoti peculiari e avvincenti, guida esperienziale – tutt’altro che turistica – e finanche pamphlet incendiario. Anselmo – saggista e traduttore già rinomato per valenti fatiche editoriali, nonché musicista fondatore di band culto nel panorama metal italico – approfitta infatti d’ogni occasione propizia per scoccare dardi contro l’inciviltà contemporanea o il cristianesimo deteriore. Attraverso questa sua tensione, la ricognizione archeologica acquista una funzione militante, che pone la sua ricerca in tutt’altra direzione dalla sterile musealizzazione.

A tal proposito, riporto subito una sua annotazione di particolare densità: «È tempo di recuperare una spazialità, una socialità alternativa e ‘autonoma’, con leggi proprie, non per scelta, ma per una Via obbligata che stoicamente seguiremo a testa alta, con lo stesso orgoglio con cui nei millenni orsono pochi seppero rifiutare il battesimo e ricevettero in cambio il patibolo».

Il richiamo a questa «Via obbligata» – che sento particolarmente vicina alla mia sensibilità – costituisce l’irruzione della ‘necessarietà destinale’, che si fa sempre più incandescente via via attraversando il lavoro di Anselmo.

Per comprendere a pieno la natura dell’opera va considerata anche la ricca bibliografia citata dall’autore, che muove dagli studi specialistici (Gaspani, Vinci, ecc.), storico-religiosi (Eliade, Ginzburg, ecc.) e si estende alla filosofia, alla metapolitica e all’esoterismo: da Guénon a Evola fino agli immancabili Nietzsche e Lovecraft, che sappiamo quanto siano cari all’Autore.

Va altresì precisato che tutte le fotografie raccolte nel pregevole volume – formato 22,5 × 22,5 cm, 222 pagine riccamente illustrate a colori e copertina cartonata – sono opera dello stesso Autore, che ha attraversato l’Europa con infaticabile perseveranza lungo un arco temporale superiore ai vent’anni; una ricerca che, risalendo alle prime epifanie megalitiche dell’infanzia, così come egli stesso racconta, giunge a sfiorare i quarant’anni.

Particolarmente pregnanti sono i saggi posti in apertura e in chiusura, nei quali la riflessione sulle ‘cratofanie’, le persistenze solstiziali e alcune costellazioni mitologematiche – la Montagna Sacra, i Tumuli e la Terra Cava – restituiscono ai megaliti la loro dimensione ancestrale ‘intempestiva’: topoi fuori dalla dimensione del tempo, ove la potenza più viva del mito prende corpo e forma proprio nella pietra, la materia che la vulgata da sempre considera ‘inanimata’.

Un paradosso che non sorprenderà chi comprende che il mistero è sotto il naso di chi ne ignora l’essenza.

Il cuore del volume, molto ben curato dall’editore, è un viaggio attraverso Dolmen, Cromlech e Menhir – ma non solo – disseminati in tutta Europa. Non mancano i più famosi e importanti siti megalitici (Stonehenge, Callanish, il Gigante di Abbas, ecc.), ma ancor più intriganti sono i siti meno conosciuti, come l’irlandese Knowth, così simile all’Antro della Sibilla Cumana, in una versione squadrata; il Tumulo di Re Kivik in Svezia, con le suggestive decorazioni nella camera centrale; oppure i siti di Ponte dei Santi in Sardegna dei quali Anselmo descrive «la grandiosità del petroglifo: un enorme sole raggiato con un grande nucleo centrale dal quale si snodano le diciotto ramificazioni», che legge come un Sole Nero ante litteram, antecedente le più conosciute rappresentazioni italiche e germaniche.

All’Italia è dedicata la terza parte del volume, la più estesa (pp. 95–178), nella quale l’Autore rileva persistenze megalitiche lungo l’intera Penisola. Pur se la maggior parte si concentra nel Nord, di notevole interesse appaiono i siti megalitici dell’Umbria, del Salento e, come già accennato, della Sardegna.

Tra le numerose schede dedicatevi, in questa parte trova spazio inoltre un cruciale capitolo sull’esaugurazione cristiana dei luoghi megalitici, tema di particolare importanza per Anselmo, il quale scrive: «nell’azione di cristianizzazione, i retaggi di culti precedenti venivano spesso demonizzati per varie ragioni, sia per avere un presupposto ideologico per combatterli, sia per creare un pretesto per scoraggiare i culti autoctoni».

Il libro, per quanto consistente, si lascia leggere tutto d’un fiato, sebbene reclami ritorni e per le tante suggestioni e per la necessità di approfondire la vasta materia trattata.

La scorrevolezza del racconto convive con la densità delle informazioni, mentre la ricchezza dell’apparato fotografico trasforma il volume in una guida da conservare e portare con sé.

Il volume procede ricostruendo una geografia megalitica dedicando le sue cinque parti in ordine a: Isole Britanniche, Penisola Iberica, Italia, Paesi Scandinavi e per finire a Bretannia, Normandia e Loira francese. Tutte le schede ivi contenute sono ricche di indicazioni preziose, quasi tutte con coordinate di geolocalizzazione e consigli concreti per raggiungere i siti archeologici, riconoscerli ed entrare in contatto con essi. A questa funzione propriamente orientativa si intrecciano, insieme alle rilevazioni archeoastronomiche, le leggende e i miti emersi dai numerosi viaggi e dagli studi dell’autore, che fanno di questa guida un unicum nel panorama editoriale italiano e non solo.

 

 

II. La polvere del destino.


Anche le pietre diverranno polvere.

È stato questo il pensiero che mi ha accompagnato durante l’intera lettura di quest'opera.

Perché, allora, siamo tanto attratti dai megaliti? Per quale ragione le pietre dovrebbero costituire manifestazioni inveranti di una rinnovata spiritualità? Che cosa hanno ancora da rivelarci?

Anselmo ne fa, a ragione, un tratto fondativo dell’Europa neolitica, tant’è che parla di «preistoria del mito». Dunque, forse è perché precedono persino gli dèi delle antiche religioni pagane, emergendo da una profondità temporale nella quale la dimensione mitica sembra addirittura antecedere le proprie narrazioni?

Si affaccia qui, a mio avviso, il pericolo  certo non per l'Autore, bensì per i lettori  di cadere in una sorta di supermonumentalismo storico, con una certa esalazione di suprematismo cronologico: l’anteriorità elevata a garanzia di autenticità.

In tale attrazione, infatti, si insinua il più incapacitante degli ostacoli: l’estetica del corroso, del degradato e del rovinato, ossia quella romantica e pericolante fascinazione per le rovine che tante vittime ha mietuto e continua ad attrarre schiere di inadatti nei propri fanghi inferi, che vi sprofondano credendo di cercare le schegge di una verità perduta. 

Tale rischio consiste, appunto, nello scambiare la patina residuale di una forma, ormai corrosa, con la presenza viva della potenza che la generò e che, invece, vi affiora ancora per lampi e in una maniera del tutto differente dalla sua origine.

Come ho più volte scritto, il mito può vivere eternamente soltanto mutando eternamente. Deve impiegare i materiali sincronici necessari alla fondazione della comunità che è chiamato a inverare. I materiali diacronici – soprattutto quelli provenienti da un passato tanto remoto da apparire assoluto – diventano, quando sono assunti senza disciplina, la peggiore trappola per i ‘non addetti’.

Innamorarsi dell’estetica delle rovine, ossia della patina corrosiva del tempo, costituisce uno dei principali fallimenti spirituali di chi si incammina lungo la Via  qualunque essa sia  senza comprendere che la tradizione è sempre ‘tradimento’ delle forme.

Proprio su questo crinale il libro di Anselmo mostra la propria forza. La «sensibilità megalitica» sviluppata dall’autore attraverso la sua infaticabile ricerca – dichiaratamente ancora aperta –, gli consente di comprendere la funzione spirituale e destinale delle rovine. Lo afferma in un cruciale passo posto quasi a conclusione: «l’esplorazione megalitica per essere davvero completa comporta un qualche grado di sensibilità e di capacità appercettiva».

Si concentra qui, a mio avviso, il mistero della comprensione: riconoscere la funzione delle permanenze diacroniche nell’ordine – o nel disordine, se preferite – sincronico del nostro tempo.

Le dense pagine del volume mostrano, per esempio, che il cielo osservato dai costruttori dei megaliti coincide solo in parte con il nostro: la precessione dell’asse terrestre sposta nei millenni i poli celesti e le coordinate apparenti degli astri; la variazione dell’obliquità e il moto proprio delle stelle modificano ulteriormente il quadro. I megaliti registrano dunque un rapporto con un cosmo mobile, i cui ritmi eccedono la durata delle civiltà e chiedono a ogni epoca una nuova decifrazione.

Ed è questo che stanno ancora chiedendo a noi.

Pur nel loro visibile deperimento, questi monumenti continuano ancora, hic et nunc, a mormorarci ciò che occorre recuperare prima che sia troppo tardi – prima, cioè, che divengano polvere.

Inesorabile verrà il tempo in cui la loro testimonianza cesserà. Eppure, proprio perché giunta alla soglia della sparizione, a mio avviso essa acquista oggi una potenza persino maggiore di quella posseduta nei millenni addietro. In questo senso, l’opera esecrabile del cristianesimo e la mancata musealizzazione dei siti – mi permetto di dirlo anche contro alcune pur giuste lamentele di Anselmo: per fortuna! – hanno svolto una funzione dialettica fondamentale, intensificando enormemente la potenza delle cratofanie delle quali oggi siamo partecipi.

Poiché è proprio attraverso l’azione rovinosa della damnatio memoriae che le sacre pietre ci sono state consegnate: esse giungono a noi in un momento cruciale del nostro destino, nella loro forma ‘estrema’, a bisbigliarci il proprio mistero con l’ultimo residuo di vitalità mitopoietica.

Chi comprende i misteri sa che, più della voce, più dell’urlo, più del canto (galdr), è il sussurro (rún) a essere la più risonante evocazione dei segreti ancestrali.

Giunti al loro stadio terminale, dunque, dobbiamo chiederci che cosa i megaliti ci stiano sussurrando di così essenziale per la nostra esistenza.

Con voce sempre più flebile, essi ci trasmettono una modalità sacra di stare al mondo: con le radici piantate profondamente nella terra e lo sguardo rivolto alle stelle.

Ed è questa modalità che dovrà rifondarci. Rifondare pochi, certo, poiché la stessa natura ‘iniziatica’ della materia sgombra il campo da ogni possibilità di largo accesso. Il tempo delle vaste civiltà europee sembra ormai alle nostre spalle, e occorre prenderne atto. Proprio per questo bisogna innalzare nuove pietre ed edificare nuove forme, capaci di intercettare le potenze eterne – ed eternamente cangianti – che si manifestano nel cosmo e in noi stessi.

Orbene, la lezione più profonda di questa straordinaria guida forse sta proprio nel suo testimoniare che i megaliti appartengono tanto al nostro passato quanto al nostro futuro, poiché ci sussurrano il nostro destino e ci ricordano che una civiltà esiste davvero soltanto quando sa farsi tramite fra il suo tempo e l’eternità. 

Nessun commento:

Posta un commento