E ci si chiarisce sempre e solo attraverso fatti, espressi in parole.
Perciò, vorrei richiamare le parole che ho usato di più nel corso dell'anno che sta finendo, poiché le considero un allarme, nonché un principio di continuità spiraloidale, nel bene e nel male.
Subumani. In assoluto è stata la parola che ho più usato nel 2014.
Ma chi sono costoro? Sono tutte quelle persone che vengono meno alla parola data, che ridono (istericamente, ben inteso... visto che bisogna esser pazzi per non capire l'auto-evidenza di certe cose) di princìpi per il sottoscritto fondamentali: purezza, lealtà, intensità, scelta, sacrificio, evoluzione.
Sono gli incapaci, e gli incapaci sono tutti coloro che credono di essere speciali ma, in fondo, sono solo furbastri che si riducono alle peggiori bassezze.
E, chiariamoci, nessuno è incapace per natura, lo si diventa per scelta. Quando si sceglie di cedere, quando si sceglie la slealtà, quando ci si illude di essere a credito con la vita e si interrompe ogni spinta alla crescita, parodiando l'attaccamento, per debolezza, ai propri limiti.
Si è subumani quando si sceglie di sostituire un legaccio a un principio superiore. E questo può accadere solo in un modo, quando si basa la propria vita su un'idea malsana di libertà e la si rende schiavitù, quando ci si convince che tutto è marcio per ricavarne l'alibi di essere liberamente marci.
C'è un motivo, anzi molti motivi per i quali ho usato spesso apostrofare come subumani persone vicine a me e non solo: al di là delle motivazioni personali, una delle ragioni è che credo sia indispensabile chiamare le cose col proprio nome; un'altra è che l'essenza della vita è guerra, i nemici esistono e vanno combattuti fino allo stremo.
Anzitutto il nemico che è in ognuno di noi, la resistenza all'evoluzione, quel moto dello spirito orizzontale che soppianta la verticalità della crescita.
Possiamo tradurlo in termini sociali, per esempio, come la tendenza alla complicazione dell'accumulo (di ogni sorta), a scapito dell'essenzialità e del riconoscimento dei propri e degli altrui bisogni, limiti e doveri.
Possiamo tradurlo in termini spirituali come la tendenza a girare intorno al mutamento, per paura di perdere se stessi, per paura dell'intensità. Perché l'infinità della profondità terrorizza chiunque: essa è la netta linea di separazione tra chi si assume l'onere di osare e chi no.
Purezza, lealtà, intensità, scelta, sacrificio, evoluzione... non ho mai considerato queste parole orizzonti di superiorità.
Sono piuttosto azioni. Intensità è agire senza mai arretrare di un solo passo. Purezza è purificare costantemente se stessi, in un'ottica in cui nulla è puro o impuro di per sé, lo diventa allorquando si sceglie – ergo si agisce – aderendo o allontanandosi ai propri princìpi superiori – altra espressione che ho richiamato un'infinità di volte.
Senza princìpi superiori, non c'è speranza di evoluzione, non c'è vita, si è tecnicamente subumani. Ma non basta vantarli, bisogna onorarli (onore... una delle parole più fraintese del nostro secolo) e occorre comprenderne la natura.
Tutto quanto cerchiamo e che va al di là di noi stessi è da iscrivere nei c.d. princìpi superiori, tutto quanto richiede sacrificio, ossia merita d'esser fatto sacro attraverso purezza e intensità.
Sacro. Inviolabile, inverante, estatico, tanto quanto impervio, a volte doloroso, necessariamente provante.
Questo è l'orizzonte, si. L'autentico ottenimento, il trono dell'egemonikon, del sovrano interiore: il sacrificio.
Quando Odino siede sull'Hliðskjálf, ha già perduto un occhio nel pozzo di Mímir: per vedere in tutti i mondi, ha già sacrificato se stesso, ha già scelto.
Tertium non datur, o ci si risparmia o ci si sacrifica.
E questo è quanto.
Vi risparmio dall'augurarvi un 2015 sereno, di soddisfazioni, realizzazioni, prosperità e quant'altro.
Il mio augurio per un nuovo inizio è che ognuno si trovi nella condizione scomoda di dover scegliere.
Cosa, spetta a ognuno di noi.
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Critica radicale dei media e della società dei consumi.
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