Un problema non può essere vero, problema significa posto avanti, che è in evidenza; vero significa scelto (vedasi l'etimologia dal sanscrito).
Se qualcosa è stato scelto non può più essere un problema, semmai è un fatto.
Un fatto che può farci bene o può farci male, un fatto che può avvicinarci o allontanarci dal compiersi del nostro destino. E, in fondo, non conta neppure la polarità del fatto (positiva o negativa), bensì quel che riusciamo poi a trarne, trasformandolo in maniera costruttiva o distruttiva.
E qui rientriamo nel regno della volontà, che è a un livello talvolta anteriore e talvolta posteriore alla scelta, ma comunque superiore.
Guardando al destino, che una scelta ci avvicini o ci allontani dal suo compimento, non è mai un problema.
Il destino è una costellazione di infinite esistenze: siamo troppo piccoli per comprenderlo in pieno. Lo scarto tra ciò che intuiamo e ciò che rimane a noi non comprensibile è ciò che ci mette in moto. La vitalità della vita.
Da questo corpo di carne, intendo, e da tutti gli altri corpi esplorabili in questa vita - che comunque resteranno legati a questo corpo di carne -, saremo sempre limitati in virtù di dischiudere un potenziale: un destino che vuole compiersi in una costellazione di infinite scelte, connaturate a infiniti imprevisti.
Ridimensioniamoci, dunque. Almeno di tanto in tanto, fosse solo un esercizio dialettico.
E, per la stessa ragione, ridimensioniamo le nostre scelte, le nostre gioie, i nostri dolori, ciò che riteniamo vero o falso, i nostri princìpi, i nostri fini, i nostri fallimenti e gli ottenimenti.
Parimenti, scegliamo sempre in accordo a un un'ispirazione, una volontà, un principio superiore, poiché fatto ciò non abbiamo nulla da recriminare a noi stessi e a nessuno.
Fatto ciò, quel che resta sono gli imprevisti, ossia la vita vibrante (o logorante, che differenza c'è?).
Qualsiasi imprevisto, cioè, non potrà intaccare ciò che vogliamo sia il nostro destino.
Ma questa vita è ambigua, innegabilmente, e per viverla occorre stare al suo gioco. Alla volontà va opposto il disincanto. Ci sono momenti in cui il cosiddetto vairāgya è necessario. Momenti in cui andare al mare è l'identità tra opportunità e necessità: è giocoforza.
Alla vita è necessario anche il giocoforza. E senza il mare, che giocoforza sarebbe...
Chiudo questa piccola nota atipica con un passo di Bhartrhari, che in linea generale non s'addice a ciò che sento essere il mio destino, né le mie scelte, ma proprio per questo è un interessante spunto dialettico.
In fin dei conti, forse, era solo un uomo del VII secolo che, come me oggi, quando ha scritto questi versi voleva andarsene un po' al mare...
«"Ottenni grazie stillanti ogni piacere"
- e allora?
"Ho messo il piede in testa ai mie amici"
- e allora?
"Chi mi era caro, provvidi di ricchezza"
- e allora?
"Vivono per un evo i corpi umani"
- e allora?».
Per contenuti esclusivi, appunti e riflessioni fuori dal flusso social, entra nel canale Telegram gratuito:
IL PENSIERO HARDUO
Critica radicale dei media e della società dei consumi.
Eresie metapolitiche, mitopoiesi e derive destinali.
Un blog di Vincenzo Notaro.

Nessun commento:
Posta un commento