La storia è molto più complessa delle contrapposizioni ideologiche attraverso le quali la si racconta. Spesso posizioni anche realmente opposte finiscono per completare uno stesso ciclo storico, concorrendo alla medesima destinazione.
Da una prospettiva metafisica e metastorica, la storia è anzitutto ‘necessità’ – Ananké, madre delle Moire – che si disvela per cicli destinali.
Se, dunque, uno dei momenti ascendenti del destino del popolo italiano può essere collocato nell’arco storico che va dall’unità d’Italia al sansepolcrismo, uno dei suoi momenti discendenti si estende dalla deriva dittatoriale del fascismo fino all’odierna ‘democratura’ liberal-capitalista.
In ogni caso, tutto ciò che accade storicamente è da leggere fuor da moralismi, poiché trova la sua ragion d’essere nel fatto stesso d’essere accaduto, in quanto necessario al disvelamento del destino.
Ciò vale per lo Stato totale del Ventennio – tragicamente necessario tra le due Guerre Mondiali –, e vale parimenti per la Repubblica democratica odierna. Invero, la necessarietà destinale fonda anche la monarchia liberale antecedente il fascismo, gli stati regionali ancora precedenti, e via risalendo le parabole della storia.
Il dramma è che noi italiani odierni guardiamo alla nostra storia come se prima del fascismo non fosse esistito null’altro, lo additiamo come nemico terminale, contrapposto in maniera netta e assoluta ai presunti valori democratici e liberali.
Ma in questa banalizzazione ci sono così tanti errori di lettura da rendere tragicomiche certe posizioni (nate già) esauste, come il cosiddetto ‘antifascismo’.
È certo acclarato che il fascismo abbia soppresso libertà politiche, censurato il dissenso, perseguitato gli oppositori – si pensi a Gramsci e all’indegna affermazione attribuita a Ingrò: «Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare» –, fino alle (inevitabili) catastrofi della II Guerra Mondiale.
Bisogna però anche dirsi limpidamente cosa abbiamo barattato per la celebratissima ‘Liberazione dal Nazifascismo’, poiché in vero l’Italia si consegnò a ben altri e più corrosivi poteri – a trazione usraeloide –, con il plauso di una classe dirigente trasversale, allora come oggi interessata esclusivamente alla propria perpetuazione.
In effetti, si tratta di una medesima parabola, entro la quale l’oppressione ha mutato volto senza mai cessare di operare: dalla forma manifesta dittatoriale novecentesca a quella occulta della democratura contemporanea – abilmente lubrificata e mentalizzata nelle masse – che ha portato a compimento la schiavitù e la subordinazione del popolo italiano alle stesse categorie attraverso cui oggi si interpreta la ‘libertà’.
A tal riguardo, gioverà capacitarsi di un fatto incontrovertibile: la democrazia, in termini integrali, non solo non esiste oggi, ma non può affatto esistere. Gheddafi – personaggio mostrificato dalla damnatio memoriae occidentale –, nel suo Libro Verde lo scriveva con disarmante semplicità: «la lotta politica che si risolve nella vittoria di un candidato che ha ottenuto il 51% dell’insieme dei voti degli elettori, porta a un sistema dittatoriale presentato sotto le false spoglie della democrazia».
Anche in democrazia, quindi, le leggi le fanno i vincitori, la storia la scrivono i vincitori, l’egemonia culturale appartiene ai vincitori.
Pertanto, l’antifascismo istituzionalizzato è un dispositivo di legittimazione del potere fondato su una vittoria evidentemente ancora traballante, dato che dopo decenni continua ad avere bisogno d’essere costantemente riaffermata.
Ma c'è di più. L’idea che ‘antifascismo’ significhi ‘libertà’ è così bislacca da rasentare l’idiozia, e farebbe ridere se non fosse funzionale a un sistema che, nella sua estensione globale e nelle sue conseguenze materiali, ha prodotto un numero di vittime e forme di devastazione difficilmente comparabili con quelle generate dalle peggiori derive tiranniche del Novecento.
Tant’è che, nel nostro sistema democratico liberal-capitalista, l’unica forma di libertà applicabile è la libertà di mercanteggiare. Sono infatti indistintamente liberi di esprimersi – talvolta sugli stessi temi – tanto gli opinionisti e gli esperti prezzolati, quanto le content creator che dispensano la loro non richiesta visione del mondo. Resta identico il principio mercenario di fondo, spesso perfino il palcoscenico, nonché il pubblico.
Per paradosso, però, nello stesso sistema neoliberale, se si esce dalla griglia del valorizzabile-riproducibile-acquistabile si viene rapidamente marginalizzati, quando non direttamente repressi.
Così, là dove un tempo agivano la coercizione esplicita e il controllo visibile dello Stato, oggi operano occultamente il mercato, il consumo, l’intrattenimento e la gestione del consenso.
Giusto per intenderci sul ‘da che cosa’ dovremmo liberarci oggi.
Eppure, in Italia, a oltre ottant’anni dalla sua caduta, continuiamo a vivere all’ombra del fascismo. Continuiamo a definirci attraverso quell’«antifascismo di maniera», per riflesso moralista automatizzato, che già Pasolini aveva demolito, denunciandone l’incapacità di incidere sulla vera forma di dominio del nostro tempo: la dittatura della «società dei consumi».
Tuttavia, Pasolini commetteva un errore quando definiva la società dei consumi come il ‘nuovo fascismo’: «Vent’anni di fascismo credo non abbiano mai fatto le vittime che ha fatto il fascismo di questi ultimi anni».
Il consumismo globalizzato non rappresenta affatto una forma di fascismo, essendo il prodotto dell’onnivoria del sistema neoliberale, capace di assorbire, neutralizzare e rivendere perfino ciò che lo contesta, cosa che nello Stato totale fascista non sarebbe mai potuta accadere.
Il fascismo, del resto, è un fenomeno vasto, diversificato e complesso. Basti pensare alla matrice sansepolcrista – che qualche studioso definisce ‘fascismo di sinistra’ –, o ad alcuni suoi sviluppi filosofici come il corporativismo integrale di Ugo Spirito, alle posizioni di aristocrazia spirituale di Evola, alla poetica futurista e dannunziana – accelerazionisti ante litteram – già attraversati da una concezione circolare del tempo, protesa verso il futuro e insieme rivolta al recupero delle forze ancestrali.
Ma il fascismo fu anzitutto un’ideologia orientata alla socializzazione, che seppe tenere insieme – in un primo felice momento – anche forze opposte, risolvendone le tensioni in un afflato nazional-rivoluzionario. Va da sé che una siffatta ideologia non può certo essere ridotta alla sua deriva storica, per quanto destinale e significativa sia.
La questione è molto sottile, poiché il piano dottrinale e quello destinale vanno sia analizzati separatamente che unitariamente. Erigere, quindi, il fascismo a ‘nemico assoluto’ della libertà, fingendo di non vedere che la tirannide mercantile contemporanea si colloca ai suoi antipodi, significa essere colposamente ciechi.
Così facendo, infatti, si riduce l’intero campo delle tensioni teoriche del fascismo ai meri accadimenti storici. Mentre invece alcuni suoi vettori ideologici – comunità organica, superamento dell’individualismo liberale, primato del politico sull’economico, subordinazione del mercato a una visione nazionale e collettiva – liberati dalla forma dittatoriale, potrebbero costituire una risposta alla mercantilizzazione integrale dell’esistenza in vigore nell’attuale democratura.
Il problema non consiste certo nel riesumare il fascismo storico, né nell’assolverne le derive autoritarie, bensì nel sottrarre ciò che in esso fu tensione anti-mercantile alla catastrofe politica e storica che lo travolse. Continuare a identificarlo esclusivamente con il cadavere del 1945 significa precludersi ogni riflessione seria sui problemi che esso aveva, pur tragicamente, intercettato.
Se dunque il ciclo ascendente del destino italiano trovò una delle sue espressioni culminanti nel sansepolcrismo, e se quello discendente si dispiega dalla dittatura fascista fino all’odierna democratura liberal-capitalista, il compito del presente è pensare una nuova fase del disvelamento storico che risolva insieme la tirannide politica del Novecento e quella mercantile del XXI secolo, azione che ci sarà preclusa fintanto che manterremo in piedi la pregiudiziale dell’antifascismo d’accatto.
Ed eccoci alla notizia di questi giorni: l’obbligo per gli editori di sottoscrivere un “Patentino Antifascista” per partecipare alla fiera libraria Più libri più liberi.
La questione, ovviamente, è corollario dell’indecente pantomima che la scorsa edizione si scatenò contro l’editore Passaggio al Bosco, a partire da una lettera-petizione firmata da circa ottanta intellettualoidi – tra i quali Zerocalcare, Barbero e il milieu sionista capitanato da Erri De Luca – e da qualche intellettuale – come il compianto Ginzburg –, con la quale si contestò la presenza della casa editrice fiorentina a Più libri più liberi, additata come una sorta di ‘mostro neofascista’, innescando rinunce, prese di posizione e una risibile liturgia d’indignazione morale, contro la quale si posizionarono perfino nomi come Roberto Saviano – con motivazioni altresì capziose: «attenzione a fare i duri e puri se poi si lavora con le multinazionali» – o con motivazioni più pasoliniane come quelle di Massimo Cacciari.
A questo giro, la prima voce a farsi sentire è stata quella della Meloni, che ha dichiarato: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica».
Per quanto utile a sollevare il dibattito, resta inevitabile chiedersi da quale pulpito giunga la predica. Quanto questa dichiarazione sia controversa, e per certi versi finanche capziosa, credo sia trasparente.
Ma conta poco, così come conta poco se, dopo il polverone sollevato dalla Premier, il cosiddetto Patentino sussista o meno. Ciò che pesa è che la questione sia stata anche solo sollevata, palesando un sintomo di demenza della cultura italiana egemonizzata da un puritanesimo al suo stadio di marcescenza.
Un puritanesimo, si badi bene, che attraversa l’intero blob parlamentare italiota, da sinistra a destra. Perché dobbiamo essere schietti fino in fondo: l’antifascismo non è un problema solo della sinistra, larga parte della destra parlamentare è parimenti ossessionata da una ‘defascistizzazione’ altrettanto ridicola.
Au contraire, e per fortuna, diversi intellettuali, anche non riconducibili alla destra, hanno giudicato il suddetto Patentino irricevibile.
Per esempio, senza mezzi termini Cacciari è arrivato a dire «se Adelphi firma il Patentino, non solo non vado a Roma, ma cesso di pubblicare con Adelphi».
Il problema, però, non è la bagarre di questo fantomatico Patentino – che sembra quasi una maldestra trovata per pubblicizzare la Fiera –, bensì l’antifascismo alla sua radice, che non solo è ridicolo, ma è propriamente malevolo. E passo a dimostrarlo.
Quando l’anno scorso si sollevò l’indignazione contro Passaggio al Bosco, fu il momento in cui decisi che avrei provato a pubblicare con loro. Così è stato, ed è una scelta della quale oggi più che mai rivendico le ragioni.
Anzitutto contro la dilagante stupidità di chi pretende di difendere una fantomatica “Costituzione antifascista”, teoria infondata che origina da una lettura strumentale della XII disposizione transitoria. Se così fosse, la nostra sarebbe una Costituzione ‘imbecille’, nel senso etimologico del termine: necessiterebbe cioè di un baculum, di un bastone, per reggersi in piedi.
Basti riflettere su un dato elementare: quando qualcosa si definisce per negazione d’altro, oltre a mantenere in vita ciò che pretende d’avversare, si riduce a un’identità parassitaria.
Certo, Passaggio al Bosco emerge da un’area politica di destra – che non ritengo la mia area, così come sono equidistante dall’attuale sinistra –, ma la reductio ad fascismum, al netto di tutto quanto detto sopra, nel loro caso è inappropriata.
Lo stesso editore Marco Scartarzi, in un’intervista su Libero incentrata sulla questione del Patentino antifascista, ha detto: «si tratta di una forzatura bella e buona: se esistono i codici, del resto, è perché le garanzie si fondano sul rispetto degli stessi. Su quali basi, poi, si misura questo presunto ‘fascismo’? Quanto sono vasti i suoi confini? Chi vi rientra? Chi stabilisce che la pubblicazione di un testo corrisponda alle intenzioni di chi lo pubblica? Come si verifica l’adesione a dei princìpi?».
Dal mio punto di vista, però, c’è anche altro. Per una deriva destinale, Passaggio al Bosco è oggi tra le poche case editrici italiane capaci di raccogliere una comunità di autori ‘irriducibili’ alle definizioni partitiche. Tant’è che – nomen omen – proprio il richiamo a un autore come Jünger – troppo posizionato per essere incasellabile – è scaturigine di quella che, a mio avviso, sta emergendo come una realtà concretamente ‘metapolitica’, capace di scardinare le comode appartenenze e al contempo minare l’egemonia omologante contemporanea.
Riporto un altro passo dall’intervista, in cui Scatarzi dice: «La pletora degli intellettuali da salotto che popolano l’attuale vulgata egemonica non hanno nulla a che fare con la cultura strettamente intesa: sono dei funzionari del ‘politicamente corretto’ in attesa di un gettone».
Una lettura puntualissima, che sottoscrivo senza riserve, ringraziando ancora una volta l’editore e l’intero team per avermi offerto l’opportunità di presentare la mia ricerca a una comunità di dissidenti, nonché di mantenere una linea critica radicale che sento di sposare con orgoglio.
Perché davvero non se ne può più del mercimonio borghese e della sua democratura, che ha ormai ridotto la libertà a consumo e la verità a consenso, in un sistema capace di riconoscere e legittimare soltanto ciò che si conforma ai propri codici di sopravvivenza, ai propri interessi e ai propri imperativi ideologici.
Ce ne fossero di più di realtà come Passaggio al Bosco, vivremmo in un Paese più libero.
Per onestà intellettuale, però, sento l’obbligo di aggiungere una postilla.
Tutto quanto detto fin qui dell’antifascismo vale parimenti per la piaga opposta, ossia il cosiddetto ‘anticomunismo’ o, peggio ancora, l’‘antimarxismo’, su cui vorrei soffermarmi rapidamente, lasciando la questione a una futura trattazione.
A tutti gli effetti, l’anticomunismo partecipa alla stessa miseria culturale dell’antifascismo istituzionalizzato: si costituisce per negazione, si alimenta del nemico, resta appeso a ciò che pretende di rigettare. È una postura reattiva e subalterna che vive dell’oggetto che nega, che invero custodisce come propria condizione d’esistenza.
Va detto senza fronzoli: il fascismo sarebbe stato impensabile senza il comunismo, perché una sua vena originaria nasce anche dalla torsione nazionale e antiborghese dei motivi socialisti e anticapitalistici marxiani.
Del resto, come e forse più del fascismo, il comunismo è un fenomeno vastissimo.
C’è un Marx critico della modernità capitalistica, dell’alienazione, della riduzione dell’uomo a funzione economica; ci sono poi i marxismi, le deviazioni nazionaliste, comunitarie e finanche teologiche. Basterebbero Žižek, Preve, Pasolini, o lo stesso Cacciari – che considera Pound «un profeta» –, per capire quanto sia rozza ogni liquidazione da baraccone ideologico.
Persino il presunto internazionalismo di Marx – stanco tormentone di certa pubblicistica liberal-conservatrice – risulta più complesso di quanto si voglia ammettere. In Marx l’orizzonte internazionale nasce dalla natura stessa del capitale, già all’epoca globale e sradicante; la lotta politica concreta, tuttavia, restava radicata entro forme storiche determinate. Non a caso il Manifesto afferma che la lotta del proletariato è «anzitutto una lotta nazionale» e che il proletariato deve «costituirsi esso stesso come nazione». L’internazionalismo marxiano non coincide dunque con l’astratto cosmopolitismo che caratterizzerà talune successive letture cominterniste, ma si sviluppa attraverso popoli, Stati e comunità storiche concrete. Saranno poi il leninismo, il Comintern e soprattutto la gestione staliniana a trasformare l’universalismo rivoluzionario in ragion di Stato sovietica travestita da missione proletaria – che Hitler avversò coi tragici risvolti che conosciamo, dai Bücherverbrennungen al controllo biopolitico, e le cui conseguenze si ripercossero anche in Italia, fino al successivo capovolgimento nell’attuale subordinazione al blocco israelo-statunitense.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono le forme eretiche del comunismo – che alcuni studiosi definiscono ‘comunismo di destra’ –: i socialismi nazionalisti, il ’comunismo gerarchico’ del summenzionato Ugo Spirito, il nazional-bolscevismo di Ernst Niekisch e certe traiettorie della Rivoluzione conservatrice tedesca: sintesi spurie tra anticapitalismo, nazionalismo e comunitarismo. Zone franche del pensiero profondamente rivelatrici, che mostrano che la frattura moderna tra ‘destra’ e ‘sinistra’ non basta a contenere il magma delle dottrine filosofiche, e che urge sottrarsi all’inerzia degli opposizionismi di maniera.
In conclusione, ogni cultura politica fondata sulla negazione dell’avversario finisce per diventare la sua ombra. Un'ombra vampirica, malevola, necrofagica.
Ecco, quest’ombra è il male vero, il male totale. Un male dal quale si deve con ogni energia disertare.
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IL PENSIERO HARDUO
Critica radicale dei media e della società dei consumi.
Eresie metapolitiche, mitopoiesi e derive destinali.
Un blog di Vincenzo Notaro.


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