21/06/26

Il mitologema solstiziale nella Festa dei Gigli di Nola


Nel 1626 i governatori del Monte di Misericordia ricevevano il dipinto, attualmente esposto nella cappella del Pio Monte della Misericordia, di San Paolino che riscatta uno schiavo a opera di Azzolino.

«5 maggio 1626 A Carlo Seripanno docati dieci et esso a Giovanni Berardino Azzolino per caparro d’una cona li ha da pittare conforme il disegno dell’istoria di san Paolino conforme l’appuntamento pigliato con don Dario Pineglia per prezzo di docati 120 e per esso a Francesco Corcione per altri tanti, fede 8 ottobre 1626». (ASBN, Banco della Pietà, g.m. 162, p.125v)

La scena, che testimonia e sacralizza una delle opere di misericordia in cui il Pio Monte fu più impegnato, ossia la redenzione dei captivi, rappresenta il fulcro della narrazione agiografica che fonda il mito d’origine della Festa dei Gigli di Nola, manifestazione folklorico-religiosa dal 2013 iscritta nelle Liste Rappresentative UNESCO del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.



Tra realtà e leggenda, la narrazione in discorso è volta a inverare la sacralità della ‘Festa eterna’ – che si svolge ogni anno a Nola, in provincia di Napoli, nel periodo del solstizio d’estate – probabile copertura di una sovrapposizione cristiana ad antecedenti forme cultuali.

L’area in questione, in effetti, nel corso dei secoli è stata più volte distrutta e rifondata – Ausoni, Osci, Etruschi, Sanniti, Romani e Visigoti si sono contesi nei secoli il territorio nolano –, e ogni volta che ciò è accaduto i miti di fondazione sono mutati a seconda di chi l’ha governata. È con questo paradigma che alla storia si fonde la leggenda.

Le prime tracce scritte del mito fondativo della Festa dei Gigli emergono nel medioevo – dopo la caduta dell’Impero Romano – con la circolazione dei Dialoghi di San Gregorio, per poi consolidarsi nel rinascimento. E alla storia ecco sovrapporsi l’agiografia di San Paolino liberatore degli schiavi, ivi incluso il riferimento a una primeva processione di «cerei» in onore del Santo.

In un volume datato 1644 sul Cemeterio nolano (Cimitile) se ne trova un’interessante narrazione.

Nel 409, Paolino da sacerdote divenne vescovo di Nola e si stanziò nell’area dove sorgono le Basiliche di Cimitile, ossia l’antica area cimiteriale esterna alla città. Nel 410, Alarico I, re dei Visigoti, saccheggiò Roma dando via alla sua marcia di devastazione e da qui la storia lascia il passo alla leggenda.

L’abbate Ferraro, autore del testo su Cimitile, rifacendosi a San Gregorio riporta che quando i Visigoti giunsero a Nola presero molti cittadini come schiavi e Paolino vendette tutti i suoi averi, inclusa la croce episcopale, per riscattare i suoi concittadini, e quando non ebbe più niente offrì sé stesso agli invasori per riscattare il figlio di una vedova.

È questa la scena immortalata da Azzolino nel dipinto, con varianti iconografiche più vicine all’agiografia (il ‘moro’ – più che il ‘turco’ attestato da vari studiosi – al posto del ‘vandalo’).

Secondo l’agiografia di Paolino, infatti, egli fu venduto come schiavo e deportato in Africa, dove divenne il giardiniere del fratello del re. Un giorno Paolino sognò e profetizzò l’imminente morte del re al suo padrone e, condotto dinanzi al regnante, questi ne ebbe paura. Interrogatolo e scoperta la sua carica di vescovo, gli promise di concedergli qualsiasi cosa avesse chiesto e Paolino rispose che non desiderava altro che la liberazione sua e di tutti i nolani. Così avvenne e questi tornarono al loro paese con navi cariche di grano.

Al rientro in patria, Paolino fu accolto dai suoi concittadini: «Intendendo i Nolani, che’l suo Santo Pastore sen tornava alla Patria, con le navi piene d’una gran turba de’ Cittadini liberati, risplendente d’una immortal corona, e trionfando con gloria così rara d’haver dato se stesso in servitù per un’huomo populare, facil cosa è à pensare con qual allegrezza, & applauso mischiato di lagrime fusse ricevuto da suoi Cittadini, i quali di tutte l’arti, e professioni l’uscirono all’incontro; qual costume osservasi fino à nostri tempi; impercioche nelle prime vespere della sua festività tutte l’arti ciascuno col suo cereo accompagna per tutta la Città le reliquie del Santo poste entro statua d’argento» (Ferraro, 1644).

Va detto che non esistono fonti storiche sulla schiavitù di Paolino in Africa, anzi, gli studiosi sostengono che l’area sacra di Cimitile, dove il santo visse, riportò pochi danni: essendo una comunità pauperistica, i Visigoti la lasciarono per proseguire verso l’Africa, tuttavia s’arrestarono appena a Cosenza, dove Alarico morì per una «divina pestilenza». Paolino riprese così molto presto ad apportare migliorie al complesso basilicale di Cimitile e continuò devotamente fino al 431, quando morì e si fece tumulare accanto al sepolcro di San Felice.


La via dei cerei

Ordunque, se come concordano gli studi storici più recenti, il presunto ritorno di Paolino dall'Africa appartiene al dominio dell'agiografia e non a quello della storia; se Paolino trascorse gli ultimi anni della sua vita presso il complesso basilicale e cimiteriale di Cimitile, dove morì; e se le prime testimonianze scritte relative alla Festa risultano posteriori di oltre un secolo alla sua morte – basti pensare a Gregorio Magno (540-604), che ne scrive circa centocinquant'anni dopo gli eventi – diviene legittimo domandarsi quando, dove e in quale forma sia stata realmente celebrata una prima processione dei cerei in onore del santo.

La questione non mira a negare il significato cristiano della Festa, né il suo profondo legame con la figura di Paolino. Bisogna piuttosto interrogarsi sui processi attraverso i quali l'agiografia tende frequentemente a sovrapporsi a forme cultuali preesistenti, riorganizzandole entro una nuova cornice narrativa e teologica, cristianizzando ritualità assai più antiche, il cui significato originario risulta oggi in larga parte perduto, ma di cui sembrano sopravvivere tracce nella geografia sacra, nelle scansioni calendariali e nelle forme simboliche della Festa.

Chiedersi pertanto dove e quando avvenne una prima processione di ‘cerei’ in onore di San Paolino, potrebbe far luce sulle radici del mito e sul suo significato originario.

Le fonti, perfino quelle agiografiche, sono incerte. Alcune versioni parlano di Torre Annunziata, dove sarebbe potuta attraccare la nave di ritorno dall’Africa, zona costiera fin dove si ipotizza potesse anticamente estendersi Nola (’o mare a Nola). Altri sostengono che Paolino venne acclamato al rientro in città, presso la sede vescovile, la cui collocazione geografica è altrettanto incerta. Ma va esclusa, chiaramente, l’area dove attualmente sorgono il Palazzo Episcopale e la Cattedrale verso la quale, oggi, i Gigli vanno incontro alla statua del santo, la cui fondazione succede la morte di Paolino di ben nove secoli.

Dunque, forse la leggenda – riportata tra le altre fonti proprio in un libro sul Cemeterio nolano – si riferisce al luogo dove Paolino dimorò, ossia sul sepolcro del suo amato San Felice, al quale dedicò le Basiliche che fece edificare?

Si potrebbe ipotizzare che anticamente i nolani andassero incontro al Santo presso l'area delle attuali Basiliche? E che quindi la Processione si muovesse dal centro della città al suo esterno, verso l’area cimiteriale?

Non possiamo esserne certi. Cionondimeno si può ipotizzare che più antiche forme cultuali legassero i riti del solstizio d’estate al culto dei defunti, e se si considera la sovrapposizione cristiana a un antecedente culto solstiziale – notturno, poi diurnizzato – l’ipotesi assume una certa luce.

La domanda decisiva, allora, riguarda non solo l’origine remota della Festa, ma la direzione del suo primo gesto processionale. Se la sede della memoria paoliniana non fu, quanto meno al principio, l’attuale centro cattedrale – per ovvi motivi storici –, la primeva processione dei cerei potrebbe essere ripensata come moto liminare della civitas verso il proprio cemeterium. Di certo, tale moto rientra in una topografia rituale ben nota al cristianesimo tardoantico e prima ancora a Roma: la città non celebra soltanto entro le proprie mura, ma esce verso il sepolcro santo, il martyrion, la basilica suburbana, il cemeterium – e, come vedremo più avanti, non solo.

In tal senso, Cimitile è il doppio funerario di Nola: la città dei morti ove la comunità dei vivi si reca per riceve memoria, protezione e continuità spirituale.



A rendere ancora più suggestivo il quadro, concorrono alcuni plutei attualmente conservati nell’Antiquarium delle Basiliche, classificati come motivi a gigli, pelte e apici gigliati. La loro lettura storico-artistica è ornamentale e vegetale; tuttavia, nel luogo paoliniano per eccellenza, la presenza seriale del motivo gigliato – visibilmente – candeliforme, non può essere liquidata come semplice decoro, poiché presenta una sorprendente somiglianza morfologica con le antiche candele rituali ornate da motivi vegetali. La coincidenza non consente deduzioni storiche, ma merita di essere segnalata nel quadro della persistenza simbolica del ‘giglio’ nel santuario paoliniano, nonché di una (forte) ipotesi di sovrapposizione iconografica tra gigli e cerei.

A tal riguardo, le fonti riportano che prima degli attuali obelischi lignei vi fossero appunto cerei addobbati, torce e macchine votive più semplici. Prima ancora del Ferraro, Ambrogio Leone descrive precisamente come doveva apparire un cereo agli inizi del XVI secolo: «il giorno prima della festa di San Paolino, si fa un altro giro per la città: prima vanno i contadini con falci, seguendo, come fosse il loro vessillo, una grandissima torcia a guisa di colonna, accesa e adorna di spighe di grano. Questa torcia è tanto grande, che un uomo solo non può portarla, onde è portata da parecchi ritta su di una specie di cataletto. [...] Similmente si fa altra torcia da altri, e in questa processione ciascuno segue la sua, mandandola avanti a sé. Viene poi la torcia degli ortolani, adorno di cipolle e di agli, dietro cui vanno gli ortolani, e di poi le altre torce degli artigiani».

A quanto pare, l’enorme macchina lignea odierna non è altro che un candeliere divenuto, nel corso di secoli di trasformazioni, colonna votiva e fuoco simbolico elevato a corpo comunitario.


Il ciclo solstiziale

Il fatto che la Festa dei Gigli sia celebrata tra il solstizio d’estate e la notte di San Giovanni non è casuale.

Si pensi al dio Summanus, che Plinio il Vecchio colloca nell’orizzonte etrusco degli dèi folgoratori, aspetto uranico notturno di Giove capitolino, che ne mantiene l’appellativo in talune occorrenze.

Summanus, non a caso, è ritenuto anche Signore dei Morti (Signore di tutti i Mani), i cui festeggiamenti erano legati proprio al momento più paradossale del ciclo annuale: il solstizio d’estate, quando il sole è al suo massimo splendore e inizia a morire.

E proprio alla vigilia del solstizio d’estate Roma sacrificava a Summanus offerte rituali coerenti con il carattere oscuro della divinità. Le fonti ricordano sacrifici in suo onore di vittime nere, montoni o buoi, secondo una logica perfettamente compatibile con il culto delle potenze notturne e infere. Sebbene per Summanus non siano attestati né processioni né roghi comunitari, la presenza di sacrifici e offerte nella soglia solstiziale rende plausibile il ricorso al fuoco sacrificale quale medium rituale, come suggerisce la stessa letteratura antica. Giamblico nel De Mysteriis afferma infatti: «L’offerta dei sacrifici consuma la sua materia nel fuoco che la assimila a sé e la rende non simile alla materia, ma la trasforma in fuoco divino, celeste, immateriale».

Nei culti rivolti alle potenze infere, del resto, il mondo antico conosceva il modello dell’holókauston: la vittima, spesso nera, veniva offerta nelle liturgie notturne e interamente consegnata al fuoco, senza partecipazione conviviale dei sacrificanti.

Ma più in profondità, la folgore notturna è già in sé un fuoco celeste che irrompe nel punto in cui la massima potenza solare comincia a declinare.

Tuttavia, il vero e proprio solstizio d’estate per i Romani ricadeva il 24 giugno, che Plinio il Vecchio definiva «il grande cardine dell’anno e grande evento nel mondo». Tale data coincideva con la festa di Fors Fortuna, manifestazione divina del destino, celebrata presso il suo santuario nel Transtiberim, oltre il Tevere e fuori dal pomerium della città. La coincidenza appare significativa: proprio nel momento in cui il sole raggiunge il culmine della propria forza e comincia il suo declino, il rito si svolge in uno spazio liminare, esterno al centro urbano e posto oltre il confine della civitas.

Non a caso il solstizio è e viene percepito come una soglia, temporale, geografica e spirituale.

Alla luce di ciò, la collocazione della festa di San Paolino nella medesima soglia temporale acquista un significato che va ben oltre la semplice coincidenza calendariale. Tra il 20 giugno di Summano, il 22 giugno della memoria paoliniana e il 24 giugno del solstizio durante il quale si celebrava Fors Fortuna, mentre i fuochi della notte di San Giovanni rappresentano la più vasta sopravvivenza europea del fuoco solstiziale cristianizzato, emerge una costellazione rituale nella quale fuoco, luce, margine e passaggio s’intrecciano secondo una medesima logica simbolica.


Una processione per diversi aspetti simile alla Festa dei Gigli di Nola, nonché vicinissima geograficamente, può aiutarci a comprendere la suggestiva ipotesi dello spostamento processionale dalla città a un luogo sacro esterno.

Si tratta della Festa del Maio di Baiano, che si celebra tra Natale e Santo Stefano, quando il sole giunge al suo punto minimo per poi rinascere invitto. Durante questa notte un albero viene scelto, tagliato, sfrondato e trasportato processionalmente, fino a essere poi ‘sacrificato’ in un rogo: una chiara sovrapposizione del cristianesimo ad antecedenti festività pagane del solstizio d’inverno, così inglobate nelle celebrazioni natalizie.



Si può supporre che, per le sue caratteristiche geografiche, l’area dove sorge Baiano potesse essere il lucus (il bosco sacro esterno alla civitas) degli antichi popoli che abitarono l’area al confine tra Nola e Avella, che ivi vi celebravano i riti solstiziali invernali.

In senso storico-geografico, l’Agro nolano si estende verso il Baianese e il Vallo di Lauro, fino al contatto con l’Appennino campano. E sebbene ciò non equivalga a provare una inclusione amministrativa antica di Baiano nell’ager Nolanus, l’area tuttora interessata dalla Festa del Maio rappresenta la più evidente permanenza topografica e ritualistica del margine sacro boschivo nell’orizzonte nolano-abellano. Sappiamo, del resto, che le due antiche comunità condividevano o si contendevano alcune aree sacre: basti pensare al Cippus Abellanus che normava l’accesso a un tempio d’Ercole, tuttora di incerta collocazione, conteso tra Nola e Abella.

Tornando alla Festa del Maio, in essa troviamo significative assonanze con la Festa dei Gigli nolana: entrambe si muovono intorno a strutture falliformi, verticali – tese verso l’alto sole –, di legno – con profonde radici che discendono idealmente negli inferi –; il rituale della scelta del ‘maio’ a Baiano è simile a quello della scelta del ‘palo portante’ della ‘macchina da festa’ a Nola; ecc.

Anche qui non si tratta di provare una continuità lineare, ma di riconoscere la struttura di una comunità che esce dal centro urbano e riattiva il rapporto con un limine numinoso, ora boschivo-solare-rigenerativo, opposto e complementare a quello cimiteriale-notturno-dissolutivo.

Ecco che alla prima traiettoria civitas-cemeterium, risponde una seconda civitas-lucus. Se Cimitile rappresenta con certezza il polo funerario della città nolana, Baiano potrebbe rappresentarne il polo silvestre, quantomeno entro un ipotetico orizzonte arcaico precedente la separazione tra ager Nolanus e ager Abellanus.


Lungi dal voler attribuire a tali elementi alcun valore probatorio, colpisce però la singolare convergenza dell’iconografia araldica dei tre comuni coinvolti.

Cimitile reca un teschio, immagine perfettamente coerente con il polo cimiteriale, notturno e discendente, associato alla soglia del solstizio estivo che, in chiave comparativa, trova un suggestivo corrispettivo nella figura di Summanus, dio della folgore notturna, del quale non si hanno rappresentazioni certe, ma che in alcune interpretazioni è Signore dei Morti.

Baiano reca invece un cervo, animale del bosco e della rigenerazione ciclica, che ben s’accorda con il polo ascendente e silvestre evocato dal solstizio d’inverno; non a caso, in una prospettiva altrettanto comparativa, esso richiama l’universo simbolico di Veiovis, altro aspetto oscuro – ma ctonio – di Giove, celebrato all’inizio dell’anno in ambito italico arcaico, la cui sfera faunistica è attestata dalla tradizionale associazione con la capra, animale che nell’immaginario antico condivide con il cervide numerose valenze di marginalità iconografica e simbolica. 

Tra questi due estremi sembra quasi collocarsi Nola stessa, la cui aquila bicipite appare simbolicamente rivolta verso entrambe le direzioni: da un lato il cemeterium, dall’altro il lucus.



Ma a parte le suggestioni dei simboli, in questa ipotesi le due manifestazioni parrebbero essere l’occultata eredità di un’unica comunità arcaica che celebrava i riti solstiziali in due aree sacre distinte – entrambe esterne alla città –, muovendosi in una processione itinerante che durava l’intero anno e si ripeteva ciclicamente, dirigendosi in estate presso il cemeterio (culto del Sole come Signore dei morti) e in inverno presso il lucus (culto del Sole che resuscita i morti).

A supporto di questa ipotesi, vi è il Liber Linteus Zagrabiensis, un calendario rituale etrusco che registrava date, cerimonie, processioni, liturgie e prescrizioni cultuali. Ciò che risulta particolarmente significativo è che i rituali ivi descritti risulta si svolgessero fuori dalle città, talvolta presso corsi d’acqua, talvolta su alture, talvolta anche in ambiti cimiteriali. Il rotolo di lino etrusco più ampio a oggi rinvenuto sembra dunque attestare una geografia sacra che si articolava attraverso luoghi liminari e periferici esterni al territorio urbano.

Dunque, la vicinanza geografica e la similarità ritualistica delle due feste inducono a non farci escludere altre similitudini probabilmente sommerse dalla polvere del tempo, lasciandoci immaginare che, come ancora oggi avviene a Baiano, anticamente vi potessero essere roghi solstiziali notturni anche nel periodo estivo presso l’area del cemeterio nolano, forse ancor prima che divenisse tale.


Una problematica sovrapposizione

In conclusione, considerando che Paolino fu un accanito estirpatore delle eresie manichee e pelagiane, rifacentesi a Sant’Agostino che in Africa predicava la distinzione tra Sol iustitiae e «quello venerato dai pagani e dai manichei», è credibile immaginare che la processione a lui dedicata sia stata una sovrapposizione del predominio cristiano.

Inoltre, come abbiamo già esaminato, il termine ‘cereo’ – che definisce una struttura lignea nel tempo sempre più decorata e impattante –, originariamente indicava un vero e proprio cero, una candela, presumibilmente accesa di notte, miniaturizzazione domestica e/o processionale in sostituzione a probabili rituali olocaustici in onore di divinità infere come Summanus. Si può dunque desumere che i ‘candelieri votivi’ già fossero una sostituzione etrusca – «egregi foggiatori di candelabri» – di ancora più antichi fuochi sacrificali solstiziali, e che furono poi a loro volta sostituiti dai ‘cerei’ predecessori dei Gigli.

Viene perciò da ipotizzare che gli obelischi lignei portati in processione diurna sin dal presunto rientro di San Paolino dall’Africa – ma, forse più credibilmente, quanto meno a seguito della sua morte –, avessero sostituito una ipotetica processione di candelieri – giocoforza notturna –, tra l’altro fondendo in una modificata celebrazione del solstizio d’estate anche le falloforie equinoziali primaverili, de facto estirpandole nell’inglobarle in un’unica celebrazione.


Così, la Festa dei Gigli di anno in anno riafferma il suo tortuoso mito fondativo, in prossimità del solstizio d’estate, il 22 giugno se di domenica – ricorrenza della morte di San Paolino –, oppure la domenica successiva. Otto macchine da festa in forma di guglie alte 25 metri, costruite in legno e decorate con magnifici rivestimenti in cartapesta, vengono condotte a spalla per i vicoli di Nola – taluni più tortuosi del mito stesso –, cullate dalle paranze di cullatori composte ciascuna da ben 120 persone.

I Gigli rappresentano le otto antiche corporazioni che accolsero San Paolino in patria: Ortolano, Salumiere, Bettoliere, Panettiere, Beccaio, Calzolaio, Fabbro e Sarto, alle quali si aggiunge la Barca che rappresenta il ritorno trionfante del Santo dalla schiavitù.

E se sul piano sociale le corporazioni provano l’importanza del ruolo politico di Paolino, sul piano allegorico-spirituale, nel mitologema poc’anzi esposto, potrebbero essere un ulteriore dinamica di copertura di precedenti festività pagane in onore di divinità notturne, conducendo le attività cultuali ‘eretiche’ sul piano (diurno) di quelle lavorative.


Ça va sans dire, la ‘Festa eterna’ ha tuttora uno spiccato aspetto ‘notturno’, un lato oscuro, che le istituzioni tentano di arginare: la processione delle paranze che si protrae per tutta la domenica notte fino al lunedì successivo e talvolta sfocia in espressioni pericolanti (violenza, illegalità, ecc.)., che nessuna regolamentazione riesce a frenare.

Si pensi al contrasto tra le corpulente alterazioni fisiche dei cullatori (’o callo ’ e San Paulino) e la leggiadria con la quale portano in processione i Gigli, simbolo di verticalità.



Sono aspetti che sembrano quasi irrompere in superficie come sfoghi dovuti a vettori di resistenza interiore, di diniego contro un’energia che continua a giacere costretta nella dimenticanza.

A nostro vedere, sul piano psichico e metafisico, tali fenomeni della Festa dei Gigli – così come le sue manifestazioni più controverse –, sono ascrivibili a concretismi scatenati dalla repressione di un originario culto solstiziale obliato.

Pertanto, è lecito chiedersi se la consapevolizzazione del sotteso aspetto solstiziale ‘notturno’ qui evocato possa contribuire a risolvere e armonizzare gli aspetti più dissonanti della ‘Festa eterna’, paradossalmente proprio come un cereo nell’oscurità da cui proviene.


Postilla metodologica

Al termine di questa indagine, cominciata nel 2024 per via di una suggestione probabilmente favorita dal trasferimento del sottoscritto a Cimitile, e proseguita poi a più riprese fino a oggi, corre l’obbligo di precisare l’intenzione e il metodo alla base di questo lavoro.

Tutto quanto qui esaminato, sebbene potrà apparire agli occhi degli ortodossi talvolta pindarico, non intende dimostrare continuità storiche laddove le fonti storiografiche risultano assenti, lacunose o vaghe.

Questa ricerca va collocata piuttosto sul piano dell’iconografia e della geografia sacra, secondo un approccio non storicistico ma topologico: un metodo che assume i topoi simbolici come tracce mitologematiche, capaci di persistere trasformandosi attraverso ogni sovrapposizione e riarticolazione storica.

Corre l’obbligo altresì precisare che l'ipotesi qui presentata non mira in alcun modo a sottrarre ai nolani la paternità o l’identità della loro Festa, la cui storia resta saldamente radicata nella vicenda religiosa e civile della comunità. Al contrario, essa invita a considerare Nola, Cimitile e il più ampio orizzonte baianese come un’unità culturale e cultuale, entro la quale questi luoghi sembrano aver custodito funzioni rituali complementari, rispondenze convergenti e mitologemi, all’evidenza, risonanti.


Vincenzo Notaro




Bibliografia essenziale

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Antonio Vecchione, La Festa del Maio di Santo Stefano a Baiano, in AA. VV., Culture e Territori, vol. I, Disvelare (2021) — dello stesso è anche la foto della Festa del Maio (courtesy Disvelare)

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Tutte le foto della Festa dei Gigli sono di Vincenzo Notaro, come anche la foto del motivo candeliforme sul pluteo marmoreo cimitilese.

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