La Medusa di Jago, esposta a Villa Lysis nello Jago Museum Capri e modellata sul volto di Whoopi Goldberg, nel seguente articolo è l’innesco per una lettura critica delle neutralizzazioni contemporanee del mito: dalla Medusa di Jago e dalla sua riambientazione mediatica si risale all’autentica potenza simbolica della Gorgone.
La Medusa di Jago, esposta a Villa Lysis nel Jago Museum Capri e modellata sul volto di Whoopi Goldberg, è stata presentata come una rilettura contemporanea della Gorgone. Proprio per questo va sottratta tanto alla cronaca celebrativa quanto alla polemica occasionale: occorre chiedersi che cosa resti del mitologema di Medusa quando viene assorbito dalla macchina mediatica dell’arte contemporanea.
Il testo che segue è un estratto dal saggio MEDUSA. DAL PRESENTE ALL’ETERNO. La Medusa di Jago, il contesto di Villa Lysis e la presentazione pubblica dell’opera con Whoopi Goldberg diventano qui soltanto il punto d’innesco per risalire alla Gorgone, alla sua storia iconografica e alla sua potenza simbolica.
- Opera: Medusa di Jago
- Modella: Whoopi Goldberg
- Luogo: Jago Museum Capri, Villa Lysis
- Nodo critico: riambientazione contemporanea della Gorgone e neutralizzazione mediatica del mito
- Lettura proposta: dalla Medusa pop al mitologema originario della Gorgone
- Contesto giornalistico: la presentazione della Medusa ispirata a Whoopi Goldberg è stata riportata anche da ANSA
L’eternità del mito non risiede nell’immobilità della sua forma. Come mostra James Hillman i suoi motivi sono «perennemente ricorrenti» ma ritornano attraverso «variazioni sempre nuove», poiché gli eventi mitici pur non essendo mai avvenuti «avvengono sempre». Il mito può e deve mutare per continuare a disvelare la sua potenza simbolica, a patto però di una sempre più urgente precisazione: che la sua metamorfosi proceda dal mito stesso, ossia dalla necessità interna del mitologema, e non dall’arbitrio autoriale.
Il ricettore e la comunità che partecipano attivamente a un autentico processo di mitopoiesi sono invece, al contempo, luoghi e agenti dell’azione inverante del mito, chiamati a incarnarne il mutamento destinale al di fuori di ogni pretesa volontaristica o proprietaria sul mito. Viceversa, quando la trasformazione viene imposta dall’arbitrio individuale dell’autore e rivendicata come ‘creativa’, il mito viene subordinato a un’intenzione contingente – talvolta perfino abusante – e perde la propria natura eternante. La potenza che non trova più compimento in forme simboliche e comunitarie, tuttavia, non scompare: ricade sul singolo, si somatizza e riemerge in patologie, compulsioni e configurazioni delirogene. È questa la morsa ricorsiva nella quale individui disgregati corrodono la comunità, mentre una comunità non più vivificata da miti fondativi retroagisce disgregando ulteriormente gli individui.
Le risemantizzazioni del mito, insomma, sono operazioni sempre insidiose. Quasi mai riescono a generare nuove forme simboliche; quasi sempre ne svuotano l’operatività, ossia la capacità fondativa e trasformante, riducendolo a un repertorio di contrassegni d’attualità destinati a colmare il vuoto lasciato dall’incapacità di sostenerne l’enigma.
Le riambientazioni ideologizzate o, peggio, mercantilizzate, producono quindi una giustapposizione mal amalgamata tra elementi antichi ormai esausti ed elementi contemporanei del tutto avulsi da una necessarietà simbolica. Disperdono così il senso ricevuto senza fondare alcunché di nuovo: un timido restyling dell’immaginario, incapace tanto di custodire la forma antica quanto d’assumersi il rischio di una svolta.
All’ordine delle vacue riambientazioni del mito e degli abusi autoriali appartiene la Medusa di Jago esposta a Villa Lysis, luogo che fu il tempio dell’eversione caprese e che oggi diventa un altro spot nel franchising museale dello scultore. Mostrata il 25 luglio all’attrice Whoopi Goldberg, il cui volto è stato assunto dall’autore come modello della sua Gorgone pop, l’opera ha suscitato scalpore e reazioni polemiche che qui non saranno riportate, poiché l’occasione di rilevarne subito l’inconsistenza sarà soltanto propedeutica a porre il focus sul mito e, in particolare, sul mito di Medusa e sul mitologema stesso della ‘metamorfosi’, così intimamente legato alla Gorgone uccisa da Perseo.
Dell’operazione mediatica di Jago si proporrà una lettura mediologica del meccanismo pubblicitario che ne è alla base, per poi passare ad altro.
Giunta a pochi giorni dall’uscita dell’Odissea di Nolan, film dal discussissimo casting – Elena affidata all’attrice keniota Lupita Nyong’o, attori asiatici, un cameo transgender e, soprattutto, il rapper afroamericano Travis Scott a interpretare l’aedo che apre il film: intrusioni ‘multiculturali’ funzionali a una strategia pubblicitaria –, la Medusa di Jago si colloca senza dubbio nel flame del momento.
Così, prima ancora di vedersi anguicrinita, trasformata dal cosiddetto ‘Michelangelo moderno’ in una Medusa afroamericana, en passant la Goldberg è intervenuta più volte nelle polemiche suscitate dal casting di Nolan. Già a febbraio aveva difeso Lupita Nyong’o dalle contestazioni razziali rivolte alla sua Elena, ricordando che l’attrice è considerata «una delle donne più belle al mondo» e invitando Musk – che dimostra come l’antiwokismo riesca a essere peggio del wokismo – a guardarsi allo specchio. Pochi giorni prima della visita a Villa Lysis, la Goldberg è invece intervenuta in difesa dell’attore trans Elliot Page, scelto per interpretare Sinone – personaggio calato interamente dall’alto, inesistente nell’Odissea.
Invero, nell’ultimo semestre la curva delle schermaglie tra tendenze woke e antiwoke ha registrato una vera impennata: dal Severus Piton nero della nuova serie di Harry Potter al caso di Deep Cuts, per il quale Odessa A’zion ha rinunciato al ruolo di Zoe Gutierrez perché giudicata etnicamente inadatta al personaggio, fino alle controversie suscitate da Narnia e Star Trek. Ogni riscrittura o aggiornamento delle grandi ‘proprietà’ narrative produce ormai una polarizzazione incorporata fin dall’origine nel dispositivo promozionale.
Difficile considerarli casi isolati o semplici colpi di coda del wokismo. L’incremento della loro frequenza rivela piuttosto un meccanismo pubblicitario ormai stabile. Il problema è più a monte, nella polarizzazione trasformata in tecnologia di ingaggio, una sorta di divide et impera dei tempi moderni: la disputa su ‘chi abbia il diritto di rappresentare chi’ prende il posto del giudizio sull’opera – fino a diventare, finanche per gli autori, quasi rilevante quanto la qualità della scrittura – e consegna all’industria un conflitto permanente da monetizzare.
La funzione politica di simili operazioni è esaurita da tempo – ammesso che sia mai esistita oltre le pedanterie politologiche e le strumentalizzazioni politicanti. I token del wokismo, distribuiti ormai con crescente automatismo, non hanno mai generato nuovi diritti o libertà; conservano invece una formidabile funzione economica, perché assegnano in anticipo le parti teatrali di uno scontro a bassa intensità, che trasforma l’indignazione in pubblicità user generated.
Certo, Lupita Nyong’o è una bella donna – forse non da innescare la guerra di Troia – e Whoopi Goldberg è una attrice molto brava, sebbene un po’ boriosa quando liquida le critiche al cast di Nolan con la solita posa «Se non ti piace non vederlo». Ma la questione affrontata da qui in poi prescinde dal talento delle interpreti. A essere messo in discussione è il rapporto tra il mito e la scelta autoriale che pretende di risemantizzarlo.
Quale elemento rimasto invisibile viene portato alla luce? Quale necessità spirituale impone la mutazione? Che valore trasformativo ha sulla società contemporanea e sul nostro modo di fare comunità?
La Medusa di Jago acquista una qualche rilevanza soltanto se ricondotta alla lunga serie di appropriazioni che hanno progressivamente separato la Gorgone dalla sua potenza mitica. Considerata isolatamente, l’opera meriterebbe poche righe: una modesta appendice hollywoodiana costruita secondo la medesima logica da casting provocatorio che puntualmente infiamma gli animi delle tifoserie di cui sopra. Whoopi Goldberg vi svolge la funzione che Lupita Nyong’o assolve nell’Odissea di Nolan: è un garante d’accesso a Oscar e notorietà, precede il personaggio, anzi, lo occupa e determina anticipatamente la ricezione del pubblico.
Ma ogni epoca ha tentato di impadronirsi della testa della Gorgone e di rivolgerne lo sguardo per il proprio tornaconto. Nel Perseo con la testa di Medusa di Benvenuto Cellini (1545-1554), il mito viene assunto entro il programma politico mediceo: Perseo si erge sopra il corpo decapitato della Gorgone e ne tiene nella mano sinistra la testa recisa, visibilmente più piccola della sua – iconograficamente subordinata –, simbolo del potere capace di dominare le discordie cittadine e di ricondurre la molteplicità repubblicana all’ordine del principe. La politicizzazione non coincide ancora con la neutralizzazione estetica: Cellini piega il mito, ma non lo svuota del suo potere evocativo, offrendo anzi forse una delle rappresentazioni più potenti d’ogni tempo.
Pochi decenni dopo, intorno al 1597, Caravaggio rinverga il mito nel paradossale intento di condurlo entro una dimensione carnale, finendo per intensificarne la tensione spirituale, riportandola così al suo nucleo più autentico e tragico. La poetica di Caravaggio restituisce alla Gorgone una nuova vita proprio attraverso la rappresentazione della decapitazione. Dipingendola su di uno scudo convesso, riconsegna alla figura la propria funzione apotropaica: l’immagine torna a essere gorgóneion capace di aggredire lo spettatore. Il sangue ancora vivo, la bocca spalancata, gli occhi dilatati nell’ultimo istante di coscienza e la curvatura del supporto trasformano la rappresentazione in una apparizione.
Del precedente scudo sul quale, secondo Vasari, Leonardo aveva raffigurato Medusa – opera giovanile perduta – resta ormai soltanto la memoria, e dopo Caravaggio, la Testa di Medusa di Rubens del 1617 e quella di Böcklin del 1878 consegnano invece la Gorgone all’immobilità della decapitazione, alla terribilità di un volto irrevocabilmente morto. Al netto, dunque, della bellezza di molte interpretazioni successive – dalla Medusa di Franz von Stuck del 1892 a quella di Jean Delville del 1893, da Carlos Schwabe (1895) a Vasilij Aleksandrovič Kotarbinskij (1903) –, è con Caravaggio che, forse per l’ultima volta nella storia dell’arte, la tragedia di Medusa ‘riaccade’.
Con la modernità, la Gorgone viene progressivamente ridotta dall’avvento della psicoanalisi. L’Ottocento la trasforma in una oscura femme fatale, condensazione della seduzione femminile avvertita come minaccia all’ordine sociale. Freud, nel breve scritto La testa di Medusa (1922), riconduce la testa recisa e la chioma serpentiforme all’angoscia di castrazione. La profondità ctonia, il potere apotropaico e la funzione di soglia fra vita e morte della Gorgone vengono compressi entro il teatro sessuale del soggetto maschile.
Certo più profonde sono le letture di Jung e Hillman. Cionondimeno, in esse l’alterità terrificante di Medusa viene ridotta a diagnosi delle psicosi contemporanee, una riemersione finanche colta correttamente: in un mondo che fugge invano dagli dèi, essi ritornano sotto forma di patologie individuali e sociali. Resta tuttavia il fatto che la potenza spirituale viene tradotta in problema psicologico – passaggio esemplare della degenerazione dell’umano contemporaneo –, finché ciò che pietrifica assume una connotazione clinica e viene emarginato nella sfera della medicalizzazione.
La riduzione successiva è quella propriamente mercantile. Dai primi anni Novanta la Medusa adottata da Versace – derivata dal celebre tipo della Medusa Rondanini, sul quale si tornerà più avanti – diviene uno dei codici più riconoscibili della maison. L’operazione conserva una corrispondenza solo superficiale con il mito – fascino irresistibile, bellezza pericolosa, potere dello sguardo –, ma capovolge la funzione del gorgóneion: l’immagine apotropaica che anticamente respingeva il male diventa certificato di lusso impiegato come status symbol di attrazione. La testa recisa di Medusa entra nella circolazione delle merci e viene riprodotta indefinitamente su abiti, fibbie, profumi e accessori di design.
Nella stessa frontiera, ma più ambigua è The Severed Head of Medusa di Damien Hirst, serializzata in malachite (2008) e poi in oro, argento e cristallo all’interno della pseudoarcheologia di Treasures from the Wreck of the Unbelievable. Nella versione in malachite il collo reciso è restituito con un realismo anatomico che priva la decapitazione di ogni sublimazione, mentre sulla testa pietrificata si agita una proliferazione di quattordici serpenti minuziosamente differenziati – fra i quali un pitone di Seba, una vipera cornuta e un serpente corallo. Il loro viluppo produce un neobarocchismo finanche affascinante, che restituisce alla chioma una vitalità convulsa, velenosa e aggressiva. Questa riattivazione mitologica rimane però inscritta nella fondamentale ambiguità di Hirst, critico del sistema mercantile proprio attraverso l’assunzione integrale delle sue logiche, ne incorpora i dispositivi – capitale, quotazione, serialità, rarità programmata, materiali preziosi, musealizzazione e collezionismo – fino a impiegare la stessa finanza come materia prima del suo lavoro. Hirst mostra così il carattere finzionale e speculativo del valore artistico: la sua Medusa riacquista parte della terribilità perduta e, al contempo, diviene merce assoluta: falso reperto, reliquia, feticcio finanziario e tesoro collezionistico.
Il cinema completa la neutralizzazione di Medusa. La Gorgone animata da Ray Harryhausen nello Scontro di titani del 1981 ne svilisce l’ambiguità della bellezza rendendola eccessivamente orripilante, sebbene il movimento scattoso, il buio del tempio, il suono della coda e l’attesa dello sguardo ricostruiscono una certa situazione perturbante. Nei prodotti successivi, la figura di Medusa viene invece assorbita nel paradigma del combattimento. Diventa una prova da superare, un insieme di caratteristiche visive immediatamente riconoscibili come ostili: serpenti, arco, sguardo letale, decapitazione finale. In Percy Jackson & the Olympians (2010), una improbabile Uma Thurman anguicrinita e con tanto di occhiali da sole viene decapitata osservandone l’immagine sullo schermo di un dispositivo elettronico, ormai sostituito allo scudo di Atena. L’impresa iniziatica si contrae così in una trovata tecnologica per adolescenti, mentre la Gorgone viene assimilata al catalogo delle creature mitologiche consumabili.
La riscrittura femminista inaugura una forma invertita di semplificazione. In Medusa con la testa di Perseo del 2009, Luciano Garbati capovolge il gruppo di Cellini: Medusa, armata di spada, regge il capo reciso dell’eroe. L’immagine ha acquisito a posteriori grande fortuna durante il movimento MeToo, trasformandosi in emblema della vittima femminile che restituisce al carnefice maschile la violenza subita. L’opera ‘vizia’ – per usare un termine ovidiano – la complessità tragica del mito mediante una innecessaria inversione dei ruoli.
La lunga storia degli abusi sulla Gorgone può dunque essere ricondotta ad alcune operazioni ricorrenti: appropriazione politica, riduzione psicologica, erotizzazione, mercificazione, spettacolarizzazione e rivalsa identitaria. In ciascun caso un solo elemento viene isolato e ingrandito fino a una deforme ipertrofia. La propaganda vede il nemico da decapitare, la psicoanalisi l’angoscia sessuale, la moda il fascino vendibile, il cinema il mostro da combattere, il femminismo la vittima da vendicare. Il mito viene privato della propria complessità e costretto a testimoniare davanti al tribunale dell’epoca.
Jago rappresenta quindi il momento terminale – almeno per ora – di una lunga degenerazione, con un’operazione priva perfino della radicalità delle precedenti. La sua Medusa non conquista una nuova funzione politica, non riattiva il terrore apotropaico, non produce una vera inversione simbolica e non elabora la tragedia della bellezza violata. Si limita ad applicare alla Gorgone il volto di una celebrity, lasciando che la dissonanza razziale alimenti la polemica e che la polemica alimenti la visibilità. Tra l’altro, il bianco della levigatissima superficie marmorea neutralizza ogni valore eversivo connesso alla pelle nera della Goldberg, assorbendo il soggetto nel coordinato visivo dell’autore. Ancora più problematica è la scelta degli occhi chiusi: la potenza di Medusa risiede nello sguardo, dove eros e thanatos coincidono. La Gorgone di Jago urla, ma tiene gli occhi serrati, deprivata del proprio organo spirituale. Perfino i serpenti qui fungono da ornamento, quasi treccine rasta più che minacciosi drakontes. Si tratta di una decostruzione pressoché totale: senile anziché eternamente giovane, anti-ideale invece che terribilmente bella, privata della potenza anguiforme e dello sguardo. Una Gorgone de facto assente, che dal prossimo paragrafo cominceremo a cercare nelle tracce del mito.
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IL PENSIERO HARDUO
Critica radicale dei media e della società dei consumi.
Eresie metapolitiche, mitopoiesi e derive destinali.
Un blog di Vincenzo Notaro.
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